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TORNA LA DC? LA STORIA NON SI RIPETE MAI ALLO STESSO MODO

dc 30 aprile 2013

dc

(di Aroldo Barbieri) Una vignetta apparsa sul Corriere
della sera lega il risultato elettorale del 1948, che segnò il
trionfo della Dc, al varo del Governo guidato da Enrico Letta,
che ha le radici nello stesso humus cattolico.

La storia non si ripete mai uguale, ma può tornare su
se stessa con le dovute differenze. Nel 1948, con l’affermazione
della Dc sul Fronte popolare, l’Italia imboccò con decisione
quel percorso che la collocò chiaramente nello schieramento
occidentale e che fu alla base del “miracolo economico”.

Per più di 40 anni la Dc ha governato l’Italia, trasformandosi
sempre più dal partito della comunità democratica, popolare e
interclassista, nel “partito stato”. Il declino della “balena
bianca” è stato significato sopratutto dalla sua incapacità
di avviare a soluzione la questione meridionale, anzi si può
dire che la sua meridionalizzazione (nasce da qui di converso
la questione settentrionale) come insediamento nell’elettorato,
per il trionfo della mentalià burocratica, in alcuni casi per
contiguità alla delinquenza organizzata, sia stato il segno più
chiaro della suo superamento e con lei della “prima repubblica”.

I nostri alleati europei e americani, che avevano in molti
frangenti interferito nelle vicende della politica italiana, anche
incoraggiando la Dc a trasformarsi da partito interclassista
in “partito del debito”, pur di contenere l’ascesa del Pci,
abbandonarono i democristiani puntando anche su politici delle
opposizioni, pur di colmare il vuoto creatosi con il processo
ad Andreotti e l’esilio di Craxi.

Quando il dominio degli ex comunisti appariva incontenibile, la
discesa in campo di Berlusconi e di Forza Italia, partito
personale, ma con un’ampia base moderata che coincideva in
larga parte con quella democristiana, diede vita a quel confronto
serrato e non collaborativo fra centro destra e centrosinistra,
che ha caratterizzato la “seconda repubblica”. Il resto è vicenda
di questi ultimi due anni con la crisi del debito e l’inaffidabilità
agli occhi dei nostri alleati di qua e di là dell’Atlantico di
Berlusconi e quello che era divenuto il Pdl, ovvero un blocco di
destra, alleato con la Lega (a sua volta nata con la concreta
influenza della Baviera).

Ma anche il Pd, a sua volta trasformatosi sempre più da partito
di idee e di ideologia in “partito stato” (la vicenda Monte Paschi
ne è la punta di diamante) ha evidenziato il superamento del
“modello emiliano”, che pur tanto ha dato al Pci prima, all’Italia poi.
L’incapacità del Pd di Bersani di vincere in modo chiaro le elezioni
e poi di formare un Governo e di eleggere un Presidente della
Repubblica ha ridato ad una guida, Enrico Letta, che si dichiara
nel programma concretamente popolare e interclassista, quella funzione
di centro di attrazione che il professore Mario Monti non è riuscito
a impersonare.

Tutto risolto? Sicuramente no. Il Governo nasce fragile, per
le divisioni interne al Pd e per la presenza dietro le quinte
di Berlusconi, verso il quale i nostri alleati continuano ad essere
diffidenti. Ma Letta ha dalla sua alcuni importanti atout.
Toccato il fondo della crisi, la ripresa appare più vicina a livello
mondiale, tanto più che in Europa sono sempre più chiari
i danni che vengono dalle scelte monetariste della destra tedesca.
L’Italia ha voglia di risalire, di vedere davvero la luce in fondo
al tunnel ed è stanca della contrapposizioni che hanno contraddistinto
la lotta del Pd a Berlusconi.

Infine perché Letta potrebbe riuscire a ricostruire una comunità
nazionale di intenti, che, come al tempo della Dc, si fondi su
scelte di centrosinistra poggiando su un elettorato moderato,
fortemente presente sia nel Pdl che nel Pd. I nodi al pettine sono molti,
ma le capacità del premier non sono da meno. (Public Policy)

ABA

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