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Tortura, si torna alla versione del Senato?

polizia 02 luglio 2015

ROMA (Public Policy) - "Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni".

È questa la formula del reato di tortura che il Pd - con un emendamento a prima firma Beppe Lumia - vorrebbe sostituire all'attuale formulazione contenuta nel ddl, attualmente all'esame della commissione Giustizia del Senato.

Nello specifico l'emendamento del capogruppo democratico nella 2a commissione di Palazzo Madama sostituisce il primo comma della fattispecie del reato di tortura, puntando - come anticipato nelle scorse settimane da Public Policy - a for tornare la fattispecie alla formulazione uscita oltre un anno fa dal Senato.

Dunque, rispetto alla formulazione uscita dalla Camera, l'emendamento Lumia mira ed eliminare dalla fattispecie il riferimento a chi compie il delitto "con violazione dei propri obblighi di protezione, di cura o di assistenza". Eliminato poi anche l'avverbio "intenzionalmente".

Verrebbe stralciata infine la parte che specifica il fine di chi commette il reato, cioè quello - secondo la formulazione approvata dalla Camera - di "ottenere [...] informazioni o dichiarazioni o di infliggere una punizione o di vincere una resistenza, ovvero in ragione dell'appartenenza etnica, dell'orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose".

Un altro emendamento a prima firma Lumia punta invece ad inserire nell'attuale formulazione la parola "legittima" dopo "resistente". In questo modo il reato si configurerebbe, tra le altre ipotesi, quando l'intenzione è quella "di vincere una resistenza legittima".

Ancora sulla formulazione del reato un terzo emendamento Pd punta a riscrivere così il secondo comma della fattispecie, dedicato ai pubblici ufficiali: "se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell'esercizio delle funzioni ovvero da un incaricato di un pubblico servizio nell'esercizio del servizio, la pena è della reclusione da cinque a quindici anni".

L'attuale formulazione recita invece: "se i fatti di cui al primo comma sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, si applica la pena della reclusione da cinque a quindici anni". (Public Policy) NAF

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