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Tre giudizi sulla legge di Stabilità

imprese lavoro 01 dicembre 2014

ROMA (Public Policy) - di Piercamillo Falasca, per Strade Compiuto il primo giro di boa alla Camera, la legge di Stabilità si prepara ad affrontare il passaggio al Senato. Subirà qualche ulteriore modifica, ma l'impianto complessivo è ormai consolidato e consente di esprimere alcuni giudizi. Io mi limito a tre.

Il primo, il più crudo: non è purtroppo vero, come ripetono il premier Renzi e il ministro Padoan che la Stabilità riduce le tasse di 18 miliardi. A quella cifra si arriva grossomodo sommando le misure comportanti minori entrate nel provvedimento, la più importante delle quali è la riduzione dell'Irap dal 2015, e aggiungendo a queste la stabilizzazione del bonus Irpef da 80 euro per i redditi medio bassi (che ufficialmente è contabilizzata come trasferimento, cioè maggiore spesa).

Ma per far fronte a questi tagli di tasse, il governo ha sì ridotto alcune spese, ma ne ha anche incrementate altre e ha dunque dovuto compensare il tutto aumentando altre tasse, in particolare il prelievo sui fondi pensione e sulle polizze vita e l'abolizione del taglio Irap per il 2014 (che questo governo aveva previsto nel decreto fiscale della scorsa primavera). Aggiungasi a tutto questo la spada di Damocle delle famigerate "clausole di salvaguardia", cioè la malsana abitudine introdotta da Tremonti e amata da tutti i suoi successori di far quadrare i conti con stime molto ottimistiche di recupero da evasione e di razionalizzazione della spesa, la cui mancata realizzazione fa scattare aumenti automatici dell'Iva.

Insomma, il quadro è molto meno positivo di quello presentato da Renzi. La domanda allora è: perché non dire la verità agli italiani? Perché minare ulteriormente la credibilità delle istituzioni, già così debole? L'onestà intellettuale è forse impopolare, sfigata e gufesca, ma sarebbe una garanzia di tenuta e di solidità per chi vuole davvero cambiare questo Paese. Se non ci pensa il segretario di un partito mainstream come il Pd ad essere intellettualmente onesto, abbiamo forse speranza che lo siano i populisti Salvini e Grillo?

Il secondo giudizio riguarda la debolezza dell'azione della legge di Stabilità sulla dinamica espansiva e sulla qualità della spesa pubblica corrente al netto degli interessi, che resterà pressoché costante nel 2015 e aumenterà significativamente nel 2016 e nel 2017. La spesa per pensioni cresce inesorabilmente anno dopo anno, in virtù dell'invecchiamento della popolazione e delle condizioni troppo generose di cui godono alcune fasce di pensionati.

La spesa per gli stipendi dei dipendenti pubblici rimane sempre costante, nonostante il calo degli addetti avutosi negli ultimi anni. Gli investimenti in conto capitale sono più bassi, perché vengono utilizzati sempre più come un bancomat per far fronte alla voracità della spesa corrente (ultimo esempio, molto negativo: si è concesso ai comuni, a cui la legge di Stabilità ha imposto un taglio complessivo di 1,2 miliardi, di reperire le risorse anche riducendo gli investimenti).

Infine la terza considerazione, sulla madre di tutte le questioni di finanza pubblica: il debito pubblico. Finché mamma Bce ci favorirà con una politica monetaria molto generosa, gli interessi sul debito continueranno ad essere sotto controllo, ma basterebbe un leggero surriscaldamento dei tassi per mandarci in tilt. Non doveva il governo Renzi procedere ad un piano robusto di privatizzazioni? Appena ieri, Padoan ha ammesso i ritardi si è giustificato con la stessa scusa di sempre: "cederemo asset pubblici non strategici quando le condizioni del mercato saranno migliori, non vogliamo svendere".

Intanto, per non "svendere", lo Stato continua a indebolire le grandi società pubbliche, a cui chiede dividendi sempre più alti per far quadrare i propri conti, a danno delle risorse che l'Eni e le sue sorelle possono destinare agli investimenti, cioè alla loro innovazione e competitività futura. In realtà, sul tema del debito, non avremo sorprese: la montagna sta per partorire il topolino.

L'entità delle alienazioni di cui si discute è nell'ordine delle poche decine di miliardi, quando servirebbe una cifra non inferiore ai 100 miliardi di euro. Inutile cercare e ricercare nelle tasche dello Stato centrale, sappiamo che quel che ha e non è sufficiente (nel caso dell'Eni, peraltro, converrebbe davvero lasciarla in mano pubblica, considerato lo scacchiere internazionale). Il bottino da privatizzare è nelle mani di Comuni e Regioni, con buona pace dei tanti esponenti politici (quanti del Pd!) che occupano incarichi di gestione. (Public Policy)

@piercamillo

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