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Twist d'Aula

pittarello aula twist 16 settembre 2016

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) - Vittime o governatori. Sono due le facce con cui i 5 stelle stanno rispondendo alle prime sfide concrete di governo. E hanno i volti di Appendino e Raggi. Solo che, mentre sotto la Mole i frutti sembrano crescere, nella Città Eterna la strategia del martire li sta facendo marcire.

Con l’ulteriore pericolo che dall’esterno qualcuno – il Pd in particolare – possa aiutarli nel vittimismo autocommiserativo. Da una parte, bocconiana doc, la Chiara sabauda ha cominciato a parlare con la borghesia della città ben prima della sua entrata a Palazzo Civico e oggi collabora con Chiamparino perché Torino non perda il Salone del Libro.

Insomma, prova a governare, si confronta, si sporca le mani e fa politica. Dall’altra, anche prima dell’ascesa al Campidoglio, Raggi già balbettava sulle Olimpiadi. E mentre lisciava il pelo ai dipendenti delle partecipate, dimenticava di costruire un piano per gestirne le voragini di bilancio. Grande colpa di Minenna e degli altri epurati, poi, è stata (anche) la volontà di dialogo con i vari soggetti della Capitale.

Così, fin dal “complotto per farci vincere a Roma” svelato dalla verace Taverna, passando a quello “dei poteri forti per non farci governare” del Dibba, fino ai “giornalisti che rovistano nella spazzatura” di Virginia, la tecnica ortottera nella Capitale è stata quella del piagnisteo, dell’isolamento e del “noi contro tutti”.

Di fronte al fallimento Capitale, i 5 stelle difendono il loro essere “alternativi” – che tanto vantaggio gli ha dato – non con la buona amministrazione, ma con la strategia del martire. E funziona.

Nonostante l’assurda girandola di nomine e dimissioni, le contraddizioni su trasparenza, stipendi e onestà, la doppia morale e il garantismo a fasi alterne, infatti, tra gli elettori pentastellati il calo dei consensi è contenuto. Sarebbe un errore, allora, lasciare ulteriore spazio all’autocommiserazione ortottera, a farne un caso speciale, una mosca bianca. Non solo per gli altri partiti, ma anche per chi deve essere governato.

Renzi sembra aver inquadrato il problema quando dice “lasciamo lavorare Raggi”, anche perché sa che mai un elettore 5 stelle voterebbe Pd, come sa che la loro “normalizzazione” è parte della loro sconfitta. Ma altri tranelli di vittimismo grillino sono alle porte. Sulla legge elettorale, per esempio, con l’assegnazione del premio di maggioranza non più alla lista, ma alla coalizione, sarebbe facile per Grillo gridare al “complotto perché hanno paura di noi”.

C’è poi in agguato il trabocchetto della legge sui partiti presentata da Matteo Richetti, approvata dalla Camera e ora approdata al Senato. Una legge su cui il Parlamento potrebbe tornare a ballare il twist (d’Aula). Infatti, a differenza di quanto ipotizzato all’inizio, per partecipare alle elezioni politiche nel testo attuale non è previsto l’obbligo di statuto, ma solo una dichiarazione di “trasparenza”.

Ora, sarebbe un errore forzare la mano su questo da parte del Pd, sia perché consentirebbe ai 5 stelle di denunciare ancora una volta un “complotto”, ma soprattutto perché non si sconfigge con leggi e giudici – a meno di non essere in dittatura – un grande avversario politico (e la guerra tra Berlusconi e i giudici lo dimostra) . Potrebbe essere, invece, una chiave virtuosa l’obbligo di trasparenza.

Sui partiti una legge è attesa fin dal 1948. Per decenni si è percorsa la strada delle norme del Codice civile, senza troppi problemi. Solo che ora, con l’abolizione dei finanziamenti, i partiti “liquidi” e la democrazia di Twitter, i tempi e le esigenze sono cambiate. Qualche garanzia in più su origine dei finanziamenti, come sul metodo delle decisioni interne, sarebbe necessaria. E il Pd, assicurando la più assoluta trasparenza sui propri finanziatori (come negli Usa), potrebbe chiedere in cambio la trasparenza delle decisioni all’interno del Movimento 5 stelle.

Da una parte, si potrebbe evitare che i grillini interpretino il ruolo di vittime, visto che ci perdono sia il Pd che gli italiani. Dall’altra, i 5 stelle potrebbero essere costretti a dover mostrare un poco in più di trasparenza interna.

Non è possibile, infatti, che le decisioni su assessori, Olimpiadi, sindaci, strade e scuole vengano prese solo dall’indirizzo email de “lo staff di Beppe Grillo”. Anche perché, finora, pare i grillini le mail non le capiscano poi tanto bene. (Public Policy)

@GingerRosh

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