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Twist d'Aula

pittarello aula twist 19 febbraio 2016

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) - Due candeline felici o candela a doppia fiamma, che brucia più veloce? Proprio nella “pausa di riflessione” sulle unioni civili, al primo vero inciampo, arriva il secondo anniversario dell’esecutivo.

Qualcuno scommette su un ventennio, altri – a partire dal Financial Times – prevedono l’inizio della fine. Come festeggia questo secondo compleanno il governo?

Varcato il portone di Palazzo Chigi per la defenestrazione di Letta, Renzi ha trovato il Parlamento più docile che un premier volitivo come lui potesse desiderare, visto che la gran parte degli eletti non è sicuro della propria ricandidatura e non ha nessuna intenzione di chiudere anticipatamente la legislatura.

Infatti, quando “Lui” ci mette la faccia e pone la fiducia (e nessun governo l’ha mai usata come lui), le cose vanno avanti.

Quando lascia spazio alle Camere, come su giudici costituzionali o unioni civili, tutto si arena. In ogni caso, la sua maggioranza ha fatto incetta di transfughi e incerti. A Palazzo Madama uno su tre ha lasciato il partito con cui è stato eletto e, di questi, uno su due è entrato nel Pd (che con il giochetto ha incassato 1,3 milioni di euro in più nel solo 2015).

L’unico uscito dal gruppo come Jack Frusciante è Corradino Mineo, tra l’altro sibilando veleno su rapporti amorosi interni al governo. Per il resto, tanti che salgono sul carro del vincitore e tanti che vi si accodano, con Verdini che sta reclutando altri senatori per il suo gruppo, che già ne conta 19.

A sostegno di Renzi, insomma, sono tanti, allineati e coperti, in quella che Mauro Calise chiama “la democrazia del leader”. Poca coerenza per tutti (compreso Renzi stesso, che nel 2010 diceva che “è ora di finirla con chi viene eletto di qua e poi passa di là. Bisognerebbe avere il coraggio di dimettersi”) e tanto esercizio del potere, come golpe et lione, in piena ancestrale tradizione fiorentina.

Così, dopo aver capito che al Senato la maggioranza, seppur a geometria variabile, è solida quando c’è in gioco la vita del governo, Renzi ha iniziato la sua conquista del potere nei gangli vitali dello Stato.

Le nomine in Rai sono solo l’ultimo capitolo di una “narrazione” di conquista di ogni posizione chiave: Cdp, Finmeccanica, Fs, Eni, Poste, Terna, Telecom Sparkle, servizi segreti, A2a, Acea, Demanio, Equitalia, Consip e perfino il Consiglio di Stato, hanno visto in questi 2 anni cambiare i relativi vertici secondo designazioni dal pieno sapore renziano.

Ora, con maggioranza parlamentare docile e alta amministrazione sempre più amica, oltre alla rivolta dei rottamati, Renzi dovrebbe però temere più di ogni cosa i numeri dell’economia. L’Ocse ha abbassato le previsioni sul 2016 (peraltro vecchie di soli tre mesi), portandole da 1,5 all’1%.

Nel 2015, poi, nonostante euro, petrolio e tassi bassi e la favorevole congiuntura internazionale, la crescita è andata progressivamente rallentando nei quattro trimestri (+0,4%, +0,3%, +0,2%, +0,1%), fermandosi allo 0,6%, la metà della media dell’eurozona.

In questo scenario, più che dei vincoli europei, delle procedure di infrazione, delle clausole di salvaguardia da 50 miliardi o delle ipotetiche manovre correttive, Renzi dovrebbe temere la rabbia degli italiani. Quello che conta per l’elettore, infatti, è sempre il portafoglio.

Fino adesso la strategia economia di spendere in deficit per rilanciare i consumi (bonus da 80 euro, taglio tasse sulla prima casa), non ha sortito gli effetti sperati nel lungo periodo e nel rilanciare la crescita, ma solo nell’accontentare alcuni cittadini. A lungo, però, non può reggere.

Come dice anche la Corte dei conti, i margini di flessibilità sono esauriti. Tra gli astanti all’inaugurazione dell’anno giudiziario, molti sostenevano che, a forza di rottamare, Renzi non abbia saputo costruirsi una squadra di governo, di manager che potessero aiutarlo a gestire l’intero Paese, ma solo di “fedelissimi lecchini”.

Ora, se anche questo sferzante giudizio è frutto del risentimento degli esclusi, di certo i successi fin qui ottenuti dal governo sono abbastanza aleatori: il Jobs act deve ancora spiegare i suoi effetti e da quest’anno, quando si ridurranno gli sgravi fiscali alle assunzioni, vedremo il suo vero effetto; la riforma costituzionale è ancora da approvare in aula e nel referendum, e comunque deve essere messa alla prova dei fatti; l’Italicum è un inedito esperimento che qualcuno vuole già cambiare e qualcun altro crede possa ritorcersi contro lo stessi Renzi.

Su altre “riforme”, dall’abolizione delle Province al canone in bolletta, dalla riforma della scuola a quella della PA, siamo per adesso a livello di grandi annunci privo di applicazione pratica.

Due anni fa l’atmosfera era diversa. In molti aspettavano ardentemente uno come Renzi e in pochi, o forse nessuno, era aprioristicamente ostile.

Oggi, quello spirito può aver pagato il governare un Paese difficile e immobile da 30 anni. Oppure può essersi bruciato troppo velocemente nella bramosa conquista del potere. Staremo a vedere. Per l’intanto, eppi birtdei, misser president. (Public Policy)

@GingerRosh

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