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Twist d'Aula

pittarello aula twist 24 luglio 2015

ROMA (Public Policy) - di Massimo Pittarello - Non si tratta di condannare Crocetta per quello che (non) ha detto al telefono, quanto un intero sistema.

La Sicilia non è la prima né l’unica Regione a finire sotto accusa e, anzi, 15 amministrazioni sono sotto inchiesta, centinaia i consiglieri indagati, 6 le Regioni commissariate nella sanità. Una serie difficile da catalogare come pura casualità e che fa sorgere spontanea la domanda: che fine ha fatto la riforma del Titolo V?

Le cronache siciliane corroborano il quesito. Siamo tutti innocenti fino a prova contraria, soprattutto se non c’è il reato e, forse, nemmeno l’intercettazione. Crocetta, però, è stato eletto con il 30% dei voti e solo il 14% degli aventi diritto.

Ora, dopo nemmeno tre anni, sta per perdere il 38° assessore. Troppo. Ma lui va avanti, grazie ad una speciale autonomia regionale che, sostanzialmente, lo rende immune anche con una labile legittimazione elettorale.

A voler giudicare il suo governo, però, ci sono i numeri. Per la Corte dei conti nel 2014 il deficit della Sicilia è di 2,8 miliardi, più del doppio rispetto al miliardo e 150 milioni del 2013, circa un terzo di quello complessivo greco.

A spese nostre Palermo mantiene 15 mila dipendenti (di cui 1250 nel Corpo Forestale), 16 mila pensionati, quasi 2000 dirigenti, oltre a 50 mila dipendenti nella sanità, per una spesa di circa 1,6 miliardi all’anno.

Una follia. Sarebbe però sterile puntare il dito contro Crocetta, perché i mali hanno radici profonde e, soprattutto, la Sicilia non è un caso isolato. Prendete la sanità. Con la regionalizzazione delle competenze, la spesa è triplicata, passando dai 42 miliardi di euro del 1990, ai 60 del 2000, fino ai 114 nel 2010 (+18 miliardi tra 1990 e 2000 e +56 fra il 2000 e il 2010).

La propaganda basata su “avviciniamo il potere al cittadino” ha alimentato clientelismi e familismi, con la fine delle divisione fra controllori e controllati. Non è un caso che la spesa per invalidità sia schizzata da 6 a 16 miliardi e gli invalidi civili passati di colpo dal 3,3 al 5% della popolazione, aumentando di 1 milione in 10 anni.

Lo stesso vale per le retribuzioni che, guarda caso, per le Regioni sono le più elevate: 54 mila euro l’anno contro i 37 mila dei Comuni e i 44 mila dei ministeri. A consuntivo, poi, il debito regionale è di 130 miliardi, con circa 20 miliardi di passività che si accumulano ogni anno.

Quarantacinque anni dopo la loro nascita bisogna prendere atto che le Regioni, così come sono, non funzionano. Sono nate per costituzionalizzare il Partito comunista e, con l’aiuto di qualche poltrona, affievolirne le smanie rivoluzionarie. Nel tempo, oltre ad essere diventate occasione di sperpero e appropriazione di denaro pubblico, si sono dimostrate una risposta sbagliata, sotto il profilo dell’efficienza e dell’efficacia, alle esigenze del decentramento amministrativo.

Una Regione non costa ai cittadini solo per le retribuzioni che distribuisce al personale dipendente, le mazzette o le gare truccate, ma perché blocca l’interesse generale con quello particolare. Costa anche e soprattutto per quello che fa (o non fa), per le decisioni che prende (o non prende) sulle grandi questioni strategiche che le sono affidate.

Non è un caso che ogni anno alla Corte costituzionale si registri il record di contenziosi tra Stato e Regioni. E non sarà un caso nemmeno che nei consigli regionali siano finiti personaggi come Franco “Batman” Fiorito, Renzo “il Trota” Bossi e Nicole “Igienista” Minetti. A dimostrazione di quanto la Regioni siano diventato il coacervo della peggiore politica italiana.

Insomma, c’è il problema di Crocetta, delle intercettazioni, delle telefonate ambigue. Ma poi c’è quello di 20 soggetti istituzionali che non funzionano. Decidete voi dove rivolgere l’attenzione. (Public Policy)

@GingerRosh

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