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Twist d'Aula

pittarello aula twist 16 ottobre 2015

ROMA (Public Policy) - di Massimo Pittarello - Tutte le tessere del mosaico ipotizzato da Renzi, incredibilmente, sembrano andare al loro posto. Se la riforma costituzionale dovesse diventare realtà, dal luglio 2016, si andrebbe al voto con l’Italicum.

E il Pd, con l’assenza di alternative credibili, non avrebbe bisogno né di Alfano né di Verdini. E questo, ovviamente, sono in molti a non volerlo. Allora torna in discussione la legge elettorale, che certo è migliorabile, come ha suggerito l’intervento a Palazzo Madama di Napolitano, ma non certo tornando a sistemi che sono già rivelati fallimentari.

Le opposizioni vorrebbero reintrodurre il premio di coalizione, invece che alla lista, per evitare – dicono – “concentrazioni di potere”. Nei Paesi dove il premio è assegnato ad un’alleanza di partiti, però, il premier dispone sia del potere di nomina e revoca dei ministri, sia, in alcuni casi, di quello di scioglimento, mentre la sfiducia può essere solo “costruttiva”.

Insomma, dove c’è il premio alla coalizione, il governo è più forte di quanto sarà a riforma costituzionale approvata.

Inoltre, se lo scopo di un ritorno al passato è evitare che i 5 stelle possano potenzialmente vincere il ballottaggio, incassando i voti di tutti gli elettori contro il governo, si tratterebbe di un provvedimento “ad partitum” (meglio: “ad movimentum”), fatto solo per fermare un soggetto politico e non per creare un equilibrio di sistema.

In realtà, il fine e poter mettere insieme soggetti politici che poco hanno da spartire. Eppure, il problema principale degli ultimi 20 anni non è stato tanto Berlusconi o Prodi, o Fini o D’Alema, quanto l’immobilismo di un Paese bloccato.

Un indecisionismo atavico che aveva la più plastica e nefasta rappresentazione nei “caravanserragli” costruiti per vincere le elezioni e non certo per governare. D’altra parte, com’è possibile anche solo ipotizzare un’efficace azione di governo se nella stessa maggioranza ci sono comunisti e cattolici, giustizialisti e garantisti, secessionisti e nazionalisti.

Ora, va bene che ormai siamo abituati a “Conservatori e riformisti” o ai “Moderati in rivoluzione”, ma non scordiamo che in passato nelle coalizioni finì di tutto. Nel 2013 soggetti come il Megafono o gli autonomisti tirolesi entrarono nella coalizione Bene comune.

La Destra patriottica di Storace insieme alla Lega autonomista di Bossi nell’alleanza di centrodestra. In passato fu anche peggio: a sinistra camminarono insieme Bertinotti e Fioroni, Mastella e Di Pietro, Radicali e Democrazia cristiana, Rifondazione comunista e Liga veneta.

A destra, pure, si mischiò il dolce con il salato: neofascisti di Forza Nuova e Repubblicani, Alleanza nazionale e Lega, No Euro e riformatori liberali. Così sarebbe difficile anche scegliere un ristorante dove andare a cena, figuriamoci governare un Paese.

In caso di premio alla coalizione, anche adesso, si dovrebbero unire tanti politici e pochi voti: verdiani, tosiani, vendoliani, fassinisani, tutti a ricasco di Renzi. Sarebbe complicato e controproducente, perché alimenterebbe sia lo spettro dell’ingovernabilità che le accuse di inciucio.

La “vocazione maggioritaria” introdotta da Veltroni riscosse un successo importante, nonostante ereditasse i fallimenti del secondo governo Prodi, a dimostrazione che gli italiani apprezzano un progetto chiaro, un’identificazione univoca, la possibilità di votare soggetti in grado di decidere.

Non è certo tornando indietro, a vecchie esperienze già fallite, che si possono migliorare le cose. E la nostalgia degli schemi del passato non è nemmeno un’arma contro Renzi. (Public Policy)

@GingerRosh

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