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Twist d'Aula

pittarello aula twist 14 marzo 2015

ROMA (Public Policy) - di Massimo Pittarello - Se c’era ancora qualche dubbio che fossimo di fronte ad un cambio di stagione, la settimana appena conclusa ce ne consegna la prova inconfutabile, e non sono le minigonne. Berlusconi non è più polarizzante e nemmeno le sue vicende giudiziarie tengono ormai insieme i due schieramenti di berlusconiani e anti-berlusconiani da vent’anni contrapposti frontalmente solo sulla sua persona. Così, ci si ritrova divisi da nuove alleanze, con patti quotidianamente composti e scomposti alla ricerca di nuove identità e coalizioni politiche. Sulla riforma costituzionale, il Pd e Forza Italia si spaccano al loro interno e nemmeno l’eterna lotta magistrati-Berlusconi riesce a ricomporre gli strappi.

Qualche anno fa piazze e televisioni si sarebbero popolate di scontri tra “pasdaran” berlusconiani e “resistenti” al Caimano. Invece, lo stesso giorno della definitiva assoluzione dal processo Ruby 1, Denis Verdini informa l’(ex) Cavaliere che 17 deputati, contro il volere del capo di Arcore, sono pronti a votare la riforma Renzi. Una lesa maestà che è anche la misura del conflitto interno al partito. Gli azzurri sono divisi in tre fazioni: con Fitto ci sono i sostenitori dell’opposizione dura, eventualmente in partnership con Salvini; con Verdini i nostalgici del Nazareno, fautori di un accordo con Alfano; gli altri nel mezzo, che cercano di capire se Berlusconi gli potrà garantire la rielezione. Senza contare che tra poco si vota sia in Campania, dove a Forza Italia servirebbe l’alleanza con il centro, che in Veneto, dove invece ci vorrebbe un patto con la Lega.

Insomma, durante questo lento ma inesorabile declino di Berlusconi, la futura architettura del centro-destra è ancora tutta da ridisegnare. A sinistra (?) Renzi continua a portare avanti il suo progetto e Public Policy lancia il flash alle 12.33 di martedì. Il ddl Riforme Costituzionali passa a Montecitorio con 357 voti. Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, gli ex 5 Stelle e Sel votano contro, mentre i grillini sono ancora sull’Aventino in stile Eccebombo (“mi si nota di più se vengo e resto in disparte o se non vengo per niente?”). Dopo 120 ore di interventi contingentati, sedute fiume, votazioni notturne, risse e lanci di faldoni, si torna al Senato per la seconda lettura.

A Palazzo Madama, però, la maggioranza di Renzi ha un margine di soli sette voti, mentre erano ben 29 i “dissidenti” alla legge elettorale, quando però venne in soccorso Forza Italia. Così, se Renzi esulta su Twitter (“bravi tutti”…), Boccia, Cuperlo, Fassina, Chiti e Civati giocano a fare i minacciosi ribelli: “senza modifiche questo è l’ultimo voto favorevole”. Però, mica riescono a pronunciare la parola “scissione”, come i tedeschi hanno ancora paura a parlare di Hitler. Se davvero le truppe anti-renziane sono spaccate in mille sotto-correnti, votano quasi sempre col governo, e nemmeno le vicende del bunga bunga non fungono più da collante, quale credibilità di “ricattatori” possono avere?

Attendiamo fiduciosi la grande convention dei ribelli “de sinistra” di sabato prossimo per capire il senso del dissenso. Comunque, dopo la dissoluzione di Scelta Civica, la nascita di Area Popolare, Italia Unica in cerca d’autore, Salvini che vuole disarcionare definitivamente Berlusconi dalla leadership e caccia Tosi dalla Lega, Forza Italia che si spacca e il Pd che vorrebbe farlo, il puzzle si scompone e si ricompone ogni giorno. Chi avrebbe mai immaginato per esempio che, 15 mesi dopo il Nazareno, la minoranza del Pd – quella che osteggiava il patto con Berlusconi e cercava il “governo del cambiamento” con i grillini – si sarebbe ritrovata invece d’accordo proprio con i berluscones sulla legge elettorale? E che, dall’altra parte, i grillini che gridavano all’inciucio e alla massoneria, sulla Rai si sarebbero ritrovati a dialogare con Renzi, “l’ebetino servo dei poteri forti”.

In attesa dei nuovi innamoramenti (politici) estivi e dei matrimoni (elettorali) di settembre, a marzo, intanto, cambiano le frequentazioni. Prima era Berlusconi a lanciare i referendum come dei plebisciti sulla sua persona. Ora, al suo posto, c’è Renzi. La riforma costituzionale appena approvata – ha già fatto sapere il fiorentino – sarà sottoposta a consultazione popolare. Così, mentre alcune cose cambiano (lo scenario politico costruito sulla figura di Berlusconi), altre restano identiche (la stagione del leaderismo). Allo stesso modo l’opinione di D’Alema oggi (“il referendum costituzionale è plebiscitario”) è diversa da quella dei tempi della Bicamerale (“il referendum deve essere obbligatorio”), mentre la massima per cui “in politica le cose hanno valore nel momento in cui si dicono”, invece, resta sempre attuale. Scommettiamo che sarà così anche nella nuova stagione. (Public Policy)

@gingerrosh

 

 

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