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Twist d'Aula

pittarello aula twist 04 novembre 2016

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) - Stanno già tutti pensando al dopo. Come scritto tempo fa, in attesa del voto referendario il Parlamento è da settimane in stand-by. Se si esclude il terremoto, anche il decreto fiscale e la manovra guardano alla campagna referendaria.

Perfino gli acquisti di automobili, sostiene Federauto, sono stati posticipati. E i partiti politici non sono da meno. E forse per la prima volta pensano più all’avvenire che al presente L’ipotesi di Alfano di rinviare il referendum “per via del terremoto” si somma al ricorso “giudiziario” di Onida.

Un alto dirigente renziano spiega che “sia i centristi che il fronte del ‘No’ hanno paura del voto. Sono il plastico esempio – dice – di un sistema incapace di decidere e che si aggrappa al caso e delega ai tribunali pur di evitare le urne”.

Allora, se vincesse il ‘No’, l’idea è quella dell’abbandono totale. Anzi, del “cavatevela da soli”, dice il petalo del Giglio Magico. Non importa che a livello internazionale (dagli Usa di Obama alla Germania di Lars Feld, dalla Bce al Wall Street Journal) si chieda a Renzi il rimanere. Con una grande coalizione, guidata da tecnici o da una seconda fila, sarà palese la debolezza del sistema.

E Renzi, “che è l’unico argine al populismo, mancherà a tutti da morire”, sostengono. Sarà. Ma, forse non ai 5 stelle, che con il sostegno al decreto terremoto, lanciando Appendino e rilanciando Di Maio, già lavorano all’abito più “istituzionale” da indossare dopo il referendum.

Se vincesse il ‘Si’, infatti, potrebbero ambire al governo nazionale. Se vincesse il ‘No’, con proposte in Parlamento minimamente pertinenti, potrebbero imporre l’agenda a tutti. Ma è dalle parti di Forza Italia che già si esulta, con la certezza che Berlusconi tornerà protagonista. Se vincesse il “Si”, Renzi prenderebbe definitivamente possesso del Pd.

Ma per le elezioni del 2018 scatterebbe la guerra interna, poiché la maggior parte dei parlamentari non verrebbe ricandidata. Così, con la deflagrazione interna, tra gelosie, invidie e vendette, solo il supporto di Forza Italia consentirebbe alla maggioranza di arrivare a fine legislatura.

Se vincesse il “No”, sarebbe invece inevitabile una grande coalizione che, oltre alla legge elettorale, dovrebbe occuparsi di crescita, disoccupazione, ricapitalizzazione di Mps e Unicredit, migranti, vincoli europei e, tra le tante altre cose, le nomine nelle grandi partecipate pubbliche, i cui rinnovi sono calendarizzati per la primavera.

Ecco, allora, che l’ex Cavaliere potrebbe tornare protagonista. Lui non aspetta altro che potersi prendere la rivincita dalla sonora “epurazione” del 2013, di cui sconta ancora gli effetti (e non è un caso che la Bce abbia vietato a Fininvest di detenere il 30% di Banca Mediolanum).

Per esempio, riallacciando i rapporti con Mosca sui temi energetici. Per questo, però, ha bisogno di un governo “non ostile”, specialmente per organizzare la successione aziendale. E così si spiegano le dichiarazioni a favore del “Si” di Confalonieri e l’isolamento dell’oltranzista Brunetta.

Con le nomine della primavera 2017 nelle aziende di Stato verificheremo lo stato dell’accordo tra Berlusconi e Palazzo Chigi.

In ogni caso, appare evidente che la politica italiana non ha mai guardato al futuro con tale lungimiranza. (Public Policy)

@GingerRosh

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