Public Policy
Facebook Twitter Feed RSS

Twist d'Aula

pittarello aula twist 29 novembre 2016

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) - Per la legge di Bilancio, ancora bicamerale, è il turno del Senato. A cui si è deciso di lasciare pochi argomenti, sia perché la maggioranza ha meno margine numerico, sia perché tra la prima e la seconda lettura c’è il referendum. Un timing che è obbligato non solo da equilibri politici, ma soprattutto economici. Prendete il tema delle banche, per esempio.

Ora, a parte che, purtroppo, l’allarme del Financial Times rischia di non essere esaustivo, perché l’appuntamento con gli aumenti di capitale, oltre che per Mps, le due venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca), Carige e le 4 “minori”, è in agenda anche per Unicredit. Un’operazione da circa 13 miliardi che potrebbe portare un altro “campione” italiano in mani straniere. O francesi.

Il ceo Mustier (toh, francese), infatti, sta vendendo le controllate che vanno meglio (Fineco, Pioneer, Pekao), ma Caltagirone, Leonardo Del Vecchio e il fondo Aabar pare non siano proprio ben disposti a metterci altri soldi. Ma questi da qualche parte andranno presi. E, allora, Oltralpe aspettano alla finestra. E nemmeno tanto. Curioso, infatti, che Generali sia stata tra le prima a convertire le obbligazioni Mps (400 milioni, non proprio spontaneamente).

Ma il secondo azionista della più grande compagnia di assicurazioni italiana, da tre mesi, è proprio la francese Société Générale, con l’8,56% del capitale, poco più dell’8% di un altro francese, Bolloré. Che poi è francese come l’amministratore delegato di Generali, Philip Donnet. Insomma, non è un caso né un complotto che i mercati internazionali guardino al nostro referendum.

È la chiave per aprire (o meno) le porte del Paese ai famosi “investitori”, visto che mancano dei soldi. E non si parla di briciole: oltre ai 13 miliardi di Unicredit, ci sono i 5 di Mps, 2,5 per Veneto Banca e Popolare di Vicenza, 2 Bpm e Banco Popolare e almeno altri 500 milioni per Carige. Poi ci sono Ubi e le 3 “fallite”, in cui si arriva ad una quota complessiva superiore ai 20 miliardi.

In tale contesto sembra probabile che nel passaggio della Bilancio al Senato siano accolte le indicazioni di Bankitalia a favore degli istituti di credito, a partire dalla possibilità per gli istituti di spalmare su più anni gli oneri dei contributi addizionali del Fondo di risoluzione che si è accollato Carichieti, Banca Marche, Cariferrara e Banca Etruria.

Quest’ultima, però, è terreno scivoloso, con accuse di “familismo”, “collusione” e “massoneria” che i 5 stelle brandiscono contro Boschi, Renzi e tutto il Governo. Ergo, meglio far slittare a dopo il referendum qualunque provvedimento. Insomma, a Palazzo Madama e non a Montecitorio. Non è solo tattica, ma – forse – opportuna precauzione.

La stessa che ha avuto anche la Bce posticipando la decisione della Vigilanza sull’acquisto da parte di Ubi di 3 banche (le 4 “fallite” meno Ferrara, che dovrebbe andare a fondersi con Rimini e Cesena). Certo, se dovesse vincere il sì, già l’Eurogruppo di lunedì 5 potrebbe comunicare un irrigidimento di Bruxelles sui saldi della legge di Bilancio. Con ogni provvedimento – a cominciare da quello sulle banche chiesto da via Nazionale – che potrebbe diventare assai difficile.

Ed è questo che, in qualche modo, c’è in ballo. Dal decreto legge sulle popolari, passando per quello sul credito cooperativo, quello sul Salvabanche, l’applicazione del bail-in, fino alla gestione del cambio al vertice di Mps, questo governo sulle banche sta giocando una partita strategica. E difficile. Un percorso – o una battaglia – che, se dovesse vincere il “no”, finirebbe a gambe all’aria.

Anche perché, delle 8 banche di cui parla il FT, 4 sono pubbliche, 2 commissariate, 1 a maggioranza pubblica. Non c’è nessun “grande complotto” della finanza, ma solo un Governo che deve trovare i soldi perché a cittadini imprese non manchino i soldi. E una finanza che vorrebbe metterceli. Che questo convenga all’Italia, poi, è tutt’altro discorso. (Public Policy)

@GingerRosh

© Riproduzione riservata