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Twist d'Aula

camera 20 marzo 2015

ROMA (Public Policy) - di Massimo Pittarello - Prima ancora che dalla storia, il comunismo è stato sconfitto da un’idea: non c’è solo la materia, ma anche lo spirito. Max Weber, padre di quell’idea, è lo stesso che ha definito il rapporto tra politica e burocrazia: quando la prima è debole, i vertici della seconda sono più forti, e viceversa. Ecco, sono almeno 25 anni che in Italia la politica è fragile, leggera, delegittimata, truccata in televisione. I governi cambiano, mentre i vertici dei ministeri restano.

C’è poco da stupirsi, allora, se la settimana appena trascorsa inizia con l’arresto di un gran commis di Stato “più potente dei ministri” e si chiude con le dimissioni del politico Maurizio Lupi. Sul Ministro delle Infrastrutture non ci sono indagini, ma solo un processo mediatico la cui sentenza di dimissioni arriva, ovviamente, giovedì sera in diretta tv. Il giorno dopo, alla Camera, Lupi sottolinea di aver lasciato “dopo soltanto 72 ore”.

Già, il tempo massimo che il fragile muro dell’Ncd può reggere all’urto della forza politica di Matteo Renzi, che ha colto l’occasione per far fuori un ministro mai troppo gradito, tra l’altro, senza doverlo chiedere esplicitamente. Renzi, il premier che non deve chiedere mai, quando lunedì esplode la bomba, con un paio di sms e un eloquente silenzio fomenta l’ipotesi dimissioni. Martedì il primo alfiere renziano, Graziano Delrio, dice che “il ministro sta pensando di lasciare”. Il giorno dopo, al Senato, Angelino Alfano prova a smentire, mentre a Montecitorio Lupi sostiene di avere l’appoggio del governo.

Niente di più falso, poiché trapela che qualcuno del Pd potrebbe votare le mozioni di sfiducia praticamente già calendarizzate. Complice la diffusione delle intercettazioni che “va avanti finché non mi dimetto”, Lupi è così costretto ad alzare bandiera bianca nel salotto di Bruno Vespa. Il ministro uscente su un punto ha ragione. Le sue dimissioni rafforzano il governo. Da una parte, infatti, una strenua resistenza avrebbe attirato nel vortice delle polemiche anche Renzi, che invece così ottiene il massimo risultato con il minimo sforzo. Dall’altra, il premier può passare un’altra volta all’incasso, rafforzando ancor di più il suo potere.

Allargando l’inquadratura, nella guerra che Renzi ha dichiarato alla burocrazia e ai “mandarini” di Stato, infatti, questo tassello lo avvantaggia, oltre che sul piano mediatico, anche su quello dell’amministrazione. Per combattare questa battaglia il capo del governo ha creato in seno a Palazzo Chigi una sorta di “governo ombra”. Un inner circle forse troppo toscano, troppo giovane, troppo accentratore, “stupratore” delle regole dice qualcuno, non eletto da nessuno dicono altri, ma è certo che dopo tanto tempo c’è una leadership politica che vuole riprendersi il potere.

Se Berlusconi era un re che non governava, Renzi è governatore, amministratore e controllore, che il potere se lo vuole andare a prendere tutto, ovunque esso sia. Per farlo, ha chiamato l’ex capo dei vigili urbani di Firenze, Antonella Manzione, a guidare il dipartimento legislativo di Palazzo Chigi. Dopo l’addio di Carlo Cottarelli, ai consiglieri Yoram Gutgeld e Roberto Perotti è stata affidata la spending review. Sulla riforma delle banche popolari ha lavorato in solitaria Andrea Guerra. Contro le burocrazie ministeriali lavorano quotidianamente Luca Lotti, Raffaele Tiscar, Luigi Marattin, senza dimenticare la guerra silenziosa in corso tra Palazzo Chigi e Via XX Settembre.

A corollario di tutto ciò, le ipotesi di trasferimento a Palazzo Chigi della Struttura Tecnica di Missione delle Infrastrutture, contro cui Lupi faceva opposizione. Contro la burocrazia inamovibile, poi, la riforma Madia prova a introdurre lo “spoil system” americano. Insomma, se la politica non torna al suo primato ideale, quantomeno prova a riprendersi la concreta gestione del potere. E’ finita l’era degli imprenditori che scendono in campo, dei tecnici che salgono in politica, della società civile migliore dei partiti. Oltre a Renzi, anche Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Raffaele Fitto, Angelino Alfano e lo stesso Maurizio Landini, a modo suo, sono professionisti della politica. Ah, sul tema proprio Max Weber ha scritto un saggio. Si chiama “la politica come professione”. (Public Policy)

@gingerrosh

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