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Twist d'Aula

pittarello aula twist 03 aprile 2015

ROMA (Public Policy) - di Massimo Pittarello - Dicono che il governo è in bilico, dicono che la maggioranza potrebbe sfaldarsi, dicono che stia forzando troppo la mano. E mentre dicono tante cose, sfruttando la debolezza e le contraddizioni di tutti gli altri, Renzi continua a modellare l’universo politico a sua immagine e somiglianza.

Come l’esplosione di una supernova provoca reazioni a catena per vastissimi spazi e interminabili periodi, così, dopo il big bang della Leopolda, tutto il resto è conseguenza (e noia). Le nomine di questi giorni ne sono lampante esempio. Il renzianissimo Graziano Delrio che sostituisce al ministero delle Infrastrutture Maurizio Lupi è l’ennesima prova della debolezza dell’Ncd. Alfano aveva promesso che Lupi non si sarebbe “mai dimesso” […] e che non avrebbe “mai votato Matterella”[….]

Precedentemente, Renzi aveva imposto le dimissioni di Nunzia De Girolamo da ministro, mentre ora vuole la sua testa da capogruppo alla Camera. La sola possibilità che il segretario di un partito decida sui destini e le nomine interne di un suo alleato è la misura di quanto, in totale mancanza di alternative se non quella di essere la stampella del governo, il “centro” alfaniano non comandi nemmeno a casa propria.

La totale assenza di prospettive che non siano la sudditanza al premier è un problema anche per la minoranza del Pd. Mercoledì il Senato approva il ddl anticorruzione, con la norma sul falso in bilancio che passa con solo tre voti di scarto. Quanto basta, sogghignano renziani della prima e ultima ora. Aver accarezzato il sogno, invece, libera le fantasie più torbide degli antirenziani vecchi e nuovi. Bersani: “adesso approviamo il Mattarellum” (che è un po’ come quelli che vogliono tornare alla lira”).

Pippo Civati: “se alziamo il telefono, Renzi dovrà salire al Quirinale” (a metà tra un impotente bullo di periferia e il rancore di una donna rifiutata). La minoranza del Pd non ha il coraggio sufficiente per uscire dal Pd. E sarebbe comunque irrilevante. Come spiega Paolo Naccarato, cresciuto alla scuola di Cossiga, “Renzi deve stare sereno (per davvero, ndr) perché il Senato non lo tradirà mai. Più aumenta il pericolo per il governo più arrivano truppe pronte a sostenerlo”.

Il corollario è nella spaccatura di Forza Italia, dove una pattuglia di parlamentari guidati da Denis Verdini sarebbe pronta a votare le riforme costituzionali al Senato. Già, Forza Italia. Insultati perfino da Giovanni Toti (“sono vecchia vernice”) i Frank e Claire Underwood italiani, Sandro Bondi e Manuela Repetti, lasciano l’amato Berlusconi e entrano nel misto, a dimostrazione che nella vita non si può essere sicuri di niente.

Allo stesso modo, non hanno nessuna certezza i vari capigruppo. Ballano tutti i non renziani: Roberto Speranza, Paolo Romani, Renato Brunetta, la citata Nunzia De Girolamo. In pratica, si parva licet componere magnis, dopo la rottura del Patto del Nazareno è accaduta la stessa cosa avvenuta dopo la caduta dell’Urss. Al posto dell’equilibrio tra due potenze (Pd e Forza Italia), è rimasta un’unica sola superpotenza che, come gli Stati Uniti per 20 anni, sta andando alla conquista del mondo. Da un solo “patto” si è passati a “tanti patti”.

Situazione più complessa certamente, ma che lascia più ampio margine di manovra allo strapotere renziano. Resta in ballo il ruolo di Sottosegretario a Palazzo Chigi in sostituzione di Delrio – e lì son già tutti fiorentini…. – e un ministero in quota Ncd. Come restano da definire i rapporti di forza sul territorio, che saranno regolati alle prossime regionali. Sui nomi dei candidati si giocano tante piccole partite, scontri periferici che andranno a definire quale sarà il peso dei vari satelliti rispetto al centro. Oh, si vota anche in Toscana eh, ma con il doppio turno, come sarebbe per l’Italicum….. (Public Policy)

@gingerrosh

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