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Twist d'Aula

pittarello aula twist 11 aprile 2015

ROMA (Public Policy) -  di Massimo Pittarello - La folgorazione di Pasqua. Improvvisamente scopriamo che a Genova ci furono casi di tortura, che l’allora capo della Polizia ha poi avuto una carriera bipartisan e che, evidentemente, Cristo non è morto di freddo. Sensazionale. C’è voluta la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e la necessità del governo di allisciare l’opinione pubblica perché l’Italia tornasse su ferite lasciate aperte per 14 lunghi anni e perché il Parlamento tornasse a occuparsi della materia. Eppure, non c’era niente di segreto, anzi.

L’Europa ci ammonisce, ci richiama, ci sanziona: la frase “ce lo chiede l’Europa” fa leva sul diffuso senso di colpa derivante dalla nostra ignavia, infierisce il nostro perenne immobilismo, che viene spezzato solo da spinte emotive e convenienza politica. Dopo la sentenza della Corte europea almeno due reazioni hanno ricalcato questo schema di “politicismo emotivo”. Matteo Renzi, replicando via Twitter ad un leader no-global, mercoledì annunciava che il Parlamento avrebbe lavorato sul reato di tortura. Nemmeno 48 ore e venerdì mattina, eseguendo gli ordini, la Camera introduce il reato, a dimostrazione che varare la legge non era proprio impossibile.

L’approvazione del ddl, che dovrà comunque tornare al Senato, dimostra ancora una volta quanto il premier riesca a stabilire il calendario parlamentare, condizionando anche la conferenza dei Capigruppo: una novità assoluta per la nostra Repubblica, un’influenza che nessun inquilino di Palazzo Chigi aveva avuto prima di lui. Ora, questa subordinazione può avere il positivo effetto di smuovere un altrimenti paralizzato Parlamento, ma può anche provocare una malsana fusione tra esecutivo e legislativo, a tutto vantaggio del primo. Dipende se Renzi userà questo potere solo per allisciare il pelo all’opinione pubblica o anche per governare. C’è un’altra “resurrezione” della politica dopo la sentenza europea post-pasquale. Matteo Orfini definisce “vergognoso” che Gianni De Gennaro, capo della Polizia durante “le torture” perpetrate alla Diaz di Genova, sia ora alla guida di Finmeccanica.

Ora, il presidente del Pd non ha mai amato “il superpoliziotto”, ma nei 14 anni successivi a quel G8, De Gennaro ha coordinato i servizi segreti, lavorato sull’emergenza rifiuti a Napoli, è stato Sottosegretario alle politiche per la sicurezza, per poi arrivare in Finmeccanica chiamato da Enrico Letta e riconfermato da Renzi. Se nessuno, di destra o di sinistra, l’ha mai rimosso da ruoli di assoluta responsabilità, ci sarà anche qualche ragione e sarebbe surreale che ciò avvenisse ora, per una sentenza di una Corte non nazionale che lo colpisce solo indirettamente. Le sue responsabilità erano note. Se si doveva fare, andava fatto prima. Ormai è tardi, a meno di non voler fare una figura barbina. Anche perché Renzi non intende ancora partire con la rottamazione della burocrazia statale. Dopo aver lasciato che la vicesegretaria del Pd, Debora Serracchiani, insinuasse il dubbio (“De Gennaro valuterà in coscienza”), infatti, giovedì sera Renzi conferma “la fiducia nei vertici di Finmeccanica” e chiude la questione.

L’impressione è che il premier, dopo aver conquistato Palazzo Chigi (si è anche preso “la Boschi”, una sala del terzo piano che confina con il suo appartamento privato,) abbia fiutato il pericolo di aprire ora un nuovo fronte ulteriore rispetto a tutti quelli già aperti (Def, elezioni regionali, Italicum, le nomine Ncd, le inchieste che coinvolgono parti del Pd, la riforma istituzionale, l’Expo…). Forse il rampante fiorentino sta derogando alla sua politica garibaldina, pronto invece a proteggersi con il suo immancabile “kevlar” (una coperta antiproiettile cinque volte più resistente dell’acciaio), da cui non si separa mai. O, più probabilmente, sapendo di avere tanti meriti ma non quello di risorgere, anche lui ha avuto soltanto una folgorazione pasquale. Per adesso, per una volta, meglio aspettare, si sarà detto. (Public Policy)

@gingerrosh

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