Public Policy
Facebook Twitter Feed RSS

Twist d'Aula

organize 24 giugno 2016

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) - La sfida con gli “istituzionali” si gioca al meglio delle 5, ma per adesso gli antisistema vincono gara 1, i ballottaggi in Italia, e gara 2, il referendum sul Brexit. Da stamattina il dibattito è concentrato sul “destino dell’integrazione europea”, ma forse il problema è un altro, più grande, e afferisce allo stato di salute delle democrazie occidentali.

Quando ambasciatore britannico Prentice disse in audizione al Senato che “l’insofferenza verso l’Unione non si limita al Regno Unito”, ometteva che il Brexit è solo una delle tappe del più lungo duello tra establishment e protesta, tra governativi e populisti, tra integrati e apocalittici, tra regole e caos, tra elite e popolo. Le definizioni sono intercambiabili, il tema è lo stesso. Il primo appuntamento della contesa sono state le amministrative italiane, dove ai ballottaggi (a Napoli, Roma, Torino e in altre 17 città) hanno vinto forze unite da un’avversione totale all’Europa e che al Parlamento di Strasburgo siedono al fianco dell’Ukip di Nigel Farage. Quello stesso Farage che disse: “Grillo e io distruggeremo la vecchia Unione europea. Il 19 giugno i 5 stelle eleggono il sindaco della Capitale e cambiano l’Italia. Il 23 giugno la Gran Bretagna esce dall'Unione e cambia l’Europa. Avremo un effetto domino: l’Ue sta per crollare”.

Oggi i pentastellati provano a vestire un abito più governativo e rassicurante, dicendo che “l’Unione si cambia dall’interno”. Però, il tema non è l’Unione europea, ma la scelta tra continuità e rottura. Prendete Roma: Giachetti, politicamente esperto e profondo conoscitore della macchina amministrativa, è stato sconfitto da Raggi, perché l’unica cosa importante per i romani era la discontinuità. Lo stesso è accaduto a Torino, dove Fassino pur non avendo la pesante eredità di Marino, Mafia Capitale e di tutte le magagne Capitali, è stato travolto dal voto antigovernativo e antisistema. Si parva licet, è lo stesso che succede Oltremanica, con il (fu) premier Cameron che si è infilato da solo in trappola, indicendo un referendum per risolvere tradizionali problemi di politica interna, a cominciare da quelli endogeni al proprio partito, per ritrovarsi di fronte ad un’inattesa quanto storica sconfitta.

Ora potrebbe essere un instant classic per i leader europei chiudere la carriera politica perdendo un referendum (i paragoni con l’Italia sono ammessi). Per i destini europei, staremo a vedere almeno fino al secondo semestre 2017 (quando Londra avrà la presidenza di turno) come andranno i negoziati e se l’Unione avrà il coraggio di fare tesoro delle proprie debolezze. Prima però c’è gara 3, le elezioni politiche di domenica in Spagna. Poi, in autunno, la quarta e la quinta: il referendum costituzionale italiano e le elezioni presidenziali americane.

Dopo 6 mesi di ingovernabilità, il partito degli antisistema di Podemos è passato dal 20,7% di dicembre al 26% degli ultimi sondaggi e ora punta a diventare il primo partito spagnolo. All’indomani della prima secessione europea in 70 anni, tra 72 ore nella penisola iberica andremo a misurare l’eventuale effetto domino. Poi, il referendum costituzionale di ottobre, che Renzi ha trasformato in un plebiscito su di sé. Solo che la partita, invece di “Renzi contro tutti” è diventata di “tutti contro Renzi”, attualmente l’unico leader “governativo” sulla scena.

E poi, le elezioni per la Casa Bianca. Certo, Trump ha già gioito per la Brexit, presentandosi come il candidato di “rottura”, a fronte dell’istituzionale Clinton. Ma c’è di più: Londra e Washington sono sempre stati legati. Thatcher venne eletta nel 1979, Reagan nel 1978; Clinton nel 1992, Blair nel 1997; Farage è assimilabile a Trump, con gli slogan anti-immgrazione, per il ritorno alla “grandezza” e alla sovranità, che si assomigliano molto. Le cinque gare sono legate solo concettualmente, ovviamente. Ma sono un test fondamentale sullo stato di salute delle democrazie occidentali, economie “mature” che invecchiano precocemente, con sogni e speranze sempre meno ambiziose. Ma con tanta voglia di cambiare.(Public Policy)

@GingerRosh

© Riproduzione riservata