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Twist d'Aula

pittarello aula twist 27 novembre 2015

ROMA (Public Policy) - di Massimo Pittarello - Fallire 27 volte consecutivamente è da retrocessione o, almeno, da licenziamento. Il Parlamento, che da 18 mesi è incapace di eleggere i tre giudici della Corte costituzionale, palesa incapacità e impotenza, perpetuando una strana autodistruzione capricciosa.

Le uniche volte in cui le Camere non sono andate in tilt è stato con l’imposizione del voto di fiducia o quando è sceso in campo Matteo Renzi, come per l’elezione di Mattarella. Per la nomina dei togati alla Consulta, in cui servirebbe la maggioranza dei due terzi, il Parlamento agisce in totale autonomia, ma senza alcuna disciplina esterna è scattato un nefasto “libera tutti” che ha portato ad una paralisi totale.

Un’impasse che rappresenta fedelmente la politica in Parlamento, da una parte lottizzata dalle segreterie di partito, dall’altra ostaggio dell’individualismo spicciolo di molto (troppi) deputati e senatori.

I parlamentari, infatti, senza riferimenti ideologici, si muovono con difficoltà nella nebbia nata dall’assenza delle culture politiche, seguendo solo la strada che trovano più facile: quella dell’interesse contingente o, quando va bene, del proprio partito. Ma anche i partiti hanno perso l’orientamento.

Nei prossimi mesi la Consulta dovrà giudicare legge elettorale, riforma costituzionale, rapporti Stato-Regioni, e i partiti provano a inserire i loro nomi. Gli accordi sbandierati dalle segreterie su Augusto Barbera, Francesco Paolo Sisto e Giovanni Pitruzzella, però, sono saltati perché al candidato del Pd sono mancati i voti del Pd, al candidato di Forza Italia i voti di Forza Italia e a Pitruzzella i voti di tutti.

Insomma, il fuoco incrociato tra franchi tiratori ha abbattuto anche l’annunciato accordo tra Pd e Forza Italia ("è fatta", avevano detto). Un Parlamento così frammentato e indecisionista può essere facilmente piegato dalla volontà di un leader deciso, come è Renzi.

Certo, con questa prova di forza si cerca di dimostrare che il dominio c’è solo quando il premier minaccia le elezioni anticipate, ma così facendo Camera e Senato offrono un’immagine perfino peggiore. Lo certifica Luigi Zanda ("spesso il voto di coscienza viene usato per manovra politica"), come a dire che i parlamentari, come bambini capricciosi, appena vengono lasciati soli e senza la minaccia di perdere lo scranno, giocano solo a chi ha il cono gelato più grosso, mentre la Consulta resta da troppo tempo a ranghi ridotti (tra l’altro, se mancasse solo uno dei giudici, la Corte non potrebbe funzionare).

Insomma, pur di mostrare una libertà che non c’è, di fare la guerra ai leader o ai propri colleghi, le istituzioni escono ancor più screditate. Inutile la disperazione di Napolitano, Boldrini e Grasso.

Conta di più, per i parlamentari, che "l’indicazione della terna arrivata via sms è una prepotenza. Io mi rifiuto di seguirla", come spiega un deputato Pd alla buvette, in modo certo molto adulto e responsabile.

Non stupisce, allora, che i consensi verso i 5 stelle restino stabili o continuino a salire e non è nemmeno un caso che un navigato democristiano come Tabacci proponga un accordo tra democratici e grillini. La pantomima della guerra fratricida tra i gruppi parlamentari non esalta l’opinione pubblica, che invece nel semplice e chiaro messaggio ortottero vede invece una speranza.

Dalla prossima settimana il Parlamento voterà forse ad oltranza, come ai rigori. Certo, dopo 27 fallimenti, ormai si deve solo sperare di non aggravare il record negativo, altrimenti non è solo retrocessione: è la debacle totale. (Public Policy)

@GingerRosh

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