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Unioni civili, quelle due righe che dividono il Paese

unioni civili 10 febbraio 2016

di Luca Iacovacci

ROMA (Public Policy) - Piazze contrapposte che gridano le proprie ragioni, opinione pubblica spaccata e dibattiti parlamentari e politici infiniti. La ragione sono quei 23 articoli, divisi all'interno di 2 Capi, nel testo cui si è giunti per disciplinare le unioni omoaffettive e le convivenze di fatto. O, forse, due righe di quel testo. Ma basterebbe veramente eliminarle per mettere (quasi) tutti d'accordo?

Fatto sta che sul punto più controverso del ddl Cirinnà, l'articolo 5, sono mesi che si tratta. E si è capito che solamente nel momento cruciale del voto si potrà risolvere il quesito: resta oppure no? L'articolo che, se passerà nella versione attuale, come noto, permette l'adozione del figliastro del partner da parte di una coppia omosessuale è il terreno di uno scontro culturale: minimo sindacale o apertura de facto alla pratica dell'utero in affitto?

Peraltro l'art. 12 della legge 40 del 2014, quella sulla procreazione medicalmente assistita, già sanziona "chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità" (comma 6), con la reclusione da 3 mesi a 2 anni e con la multa da 600mila a 1 milione di euro. Ma il punto clou - dicono i contrari alla stepchild - è che ci si può procurare all'estero un figlio, dietro compenso. 135mila dollari - ha riportato Monica Ricci Sargentini sulle pagine de "Il Corriere della Sera" a fine 2015 - è quanto costa un neonato alla Santa Monica Fertility Clinic, in California.

Ma, certamente, se si va in Bielorussia, per dirne una, costa meno. Allora sanzioniamo penalmente anche chi va all'estero, suggerisce il senatore Gianpiero Dalla Zuanna, leader dell'area cattodem e primo firmatario di un emendamento (il 4.0.6000) dalla funzione fortemente deterrente. Che suggerisce di aggiungere un articolo al ddl, il 4-bis, per estendere le sanzioni della legge 40 "anche al cittadino italiano che commette il fatto all'estero, essendo la presente legge disposizione speciale ai sensi dell'articolo 7 comma 5 del Codice penale". Quindi basterebbe davvero togliere due righe per avere quell'agognato consenso da parte di tutti, o quasi?

Nella sostanza l'art. 5 modifica la legge 184 del 1983, quella sulle adozioni, 'semplicemente' prevedendo che dopo la parola "coniuge" vengano aggiunte queste parole: "o dalla parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso". Allora la sede 'naturale' per una modifica del genere è la legge sulle adozioni, ripensandone la disciplina, suggeriscono i cattolici. In fondo la 'battaglia' è per pochi casi, ha recentemente riportato Alessia Guerrieri su "Avvenire" prendendo a riferimento gli ultimi dati Istat del 2011 sulle coppie gay: si tratta solo di 529 casi. No, altrimenti resta tutto impantanato e non se ne riparla, replicano gli altri.

Ma tra numeri tirati in ballo e posizioni partigiane serve un po' di chiarezza: l'art. 5 del ddl Cirinnà interviene in materia di adozione in casi particolari, ovvero di una ipotesi residuale di adozione che - ricorda un dossier del Servizio Studi del Senato in materia - pur creando un vincolo di filiazione giuridica, si sovrappone a quello della filiazione biologica, non facendo cessare il legame con la famiglia naturale.

In sintesi, tale forma di adozione è consentita soltanto in certe ipotesi, anche quando manchi la dichiarazione di adottabilità da parte del giudice del tribunale dei minori, ossia quando il minore è orfano di madre e di padre e l'adottante è parente fino al sesto grado o ha stabilmente instaurato con il minore un rapporto affettivo già prima della morte dei genitori; quando l'adottante è coniuge del genitore del minore; quando il minore si trovi in stato di handicap e quando è constatata l'impossibilità di affidamento preadottivo. Fermo restando che serve il consenso di chi adotta e di chi viene adottato, se ha almeno 14 anni. Il ddl Cirinnà, quindi, consente alla persona parte di una unione civile di richiedere l'adozione del figlio minore, anche adottivo, del partner.

Ed è qui, allora, che tornano a fronteggiarsi le opposte fazioni: una sentenza storica, la 299 del 30 luglio 2014, del Tribunale per i minori di Roma, ha accolto la richiesta di adozione da parte di una coppia di donne omosessuali di una bambina figlia biologica di una di loro, perché, secondo i giudici capitolini, non può presumersi che l'interesse preminente del minore non possa realizzarsi in tale contesto.

In ogni caso, finora, la giurisprudenza è rimasta ancora incerta su come comportarsi di fronte ai pochi casi di maternità surrogata (teoricamente punibili con le sanzioni della legge 40) registrati in Italia, di fatto derubricando il reato commesso, spesso in appello, a false dichiarazioni di fronte all'ufficiale di stato civile (tranne che, finora, per una coppia di Messina, condannata in primo grado), reato minore e comunque perseguibile su querela del ministero della Giustizia.

Tanto che l'idea di Dalla Zuanna prevede che, al momento della trascrizione di atti di nascita all'estero, l''ufficiale di stato civile, se ravvisa la necessità di accertare la veridicità della dichiarazione di non utilizzo della surrogata, o se manca tale dichiarazione, deve sospendere la trascrizione dell'atto di nascita, e se c'è un reato perseguibile d'ufficio denunciarlo (ma questo è già previsto dall'art. 331 codice procedura penale). Ma è proprio sul concetto che l'interesse di una coppia che forma un'unione civile possa elevarsi al rango di diritto, salendo di grado, che si fondano le critiche degli ostili al progetto Cirinnà.

Dove possiamo arrivare così?, rilevano. Perchè un domani, allora, non potrà anche farsi valere, come diritto, il ricorso alla maternità surrogata come strumento funzionale all'effettiva possibilità di godere a pieno del diritto alla genitorialità da parte di una coppia omoaffettiva, magari modificando anche la legge 40? Esigenze opposte quindi, in cui tutti compiono i richiami che vogliono a proprio modo a suffragio delle proprie tesi: la sentenza 138 del 2010 della Consulta, (quella in cui la Corte ha richiamato il Parlamento a prevedere anche la tutela dell'unione omosessuale come formazione sociale) è stata utilizzata per finalità opposte da una parte o dall'altra, vista, al contempo, come base imprescindibile per l'urgenza dell'intervento del legislatore e limite invalicabile al contenuto della nuova norma.

Se vogliamo dirla tutta, però, il discorso è piuttosto ampio, e complesso. C'è, ad esempio, chi lamenta l'assenza di politiche strutturali per la famiglia 'tradizionale'(su tutti la mancata attuazione dell'articolo 31, comma 1, della Costituzione che recita: "La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia (...), con particolare riguardo alle famiglie numerose) e l'assordante silenzio sui numeri altisonanti (oltre 15mila negli ultimi 30 anni, dati del Viminale) di minori scomparsi in Italia, soprattutto stranieri, proprio nel momento in cui si richiamano i diritti dei minori come punto preminente.

Ma è riportare lo scontro, diciamolo pure, tra individualisti-edonisti-egocentrici da una parte versus omofobi-retrogradi-medioevali dall'altra che lascia in ogni caso l'amaro in bocca nel nostro Paese, quasi al di là delle scelte che il legislatore è chiamato a compiere. E pensare che tutta un'altra questione 'aperta' riguarda la disciplina delle convivenze di fatto, articolo 11 e seguenti del ddl Cirinnà, in cui si richiedono, come requisiti indispensabili, la maggiore età dei conviventi (siano essi di sesso diverso o medesimo), la sussistenza di legami affettivi e di reciproca assistenza morale e materiale e l'assenza di vincoli di parentela, affinità o adozione. E anche di legami matrimoniali o derivanti da un'unione civile.

Ma questa è tutta un'altra storia. Oppure no. (Public Policy)

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