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VISTI DA FUORI, REUTERS: IL CASO MARÒ NAVIGA IN ACQUE GIURIDICHE SCONOSCIUTE

marò 10 giugno 2013

VISTI DA FUORI, REUTERS: IL CASO MARÒ NAVIGA IN ACQUE GIURIDICHE SCONOSCIUTE

(Public Policy) - Roma, 10 giu - Il caso dei due marò
detenuti in India "naviga in acque giuridiche senza
precedenti. Esperti marittimi dicono infatti che sia la
prima prova per capire se i militari a bordo di navi
mercantili godano di immunità, chi dovrebbe autorizzare
l'uso della forza letale - il capitano della nave o il
comandante della squadra di sicurezza - e quanto lontano in
mare la legge di un Paese può essere forzata".

Lo scrive l'agenzia di stampa Reuters (edizione Usa) in
un'ampia ricostruzione della vicenda dei due marò italiani
Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, detenuti in India
da circa un anno con l'accusa di aver ucciso due pescatori
indiani.

"Spero che questo caso attiri l'attenzione sulle zone
grigie che riguardano la giurisdizione sulle guardie
armate", dice alla Reuters Peter Hinchliffe, segretario
generale dell'International Chamber of Shipping, un
sindacato con sede a Londra che rappresenta oltre l'80%
della flotta mercantile mondiale.

"C'è la necessità reale - aggiunge il sindacalista - di
regolamentare a livello internazionale l'uso della forza
armata per difendere il commercio mondiale, visto che ormai
viene utilizzata in tutto il mondo a bordo di navi
mercantili".

I COSTI DELLA PIRATERIA
Gli attacchi dei pirati costano "miliardi di dollari ogni
anno (circa 6 nel solo 2012; Ndr)" e questo spinge "le
compagnie di navigazione a rivolgersi a guardie di sicurezza
armate. Mentre l'attenzione è generalmente concentrata sulle
acque vicino alla Somalia - continua la Reuters - i pirati
operano più lontano, interrompendo il trasporto sulle rotte
globali nell'Oceano Indiano e nel Mar Rosso. Grazie ai
pattugliamenti navali e alle guardie armate a bordo delle
navi, globalmente gli attacchi dei pirati globali sono scesi
a 297 nel 2012, a fronte di 439 nel 2011".

IL PROCESSO AI DUE MARÒ
I marò andranno a processo entro luglio. Un ordine della
Corte Suprema indiana, ricorda la Reuters, "dice che
potranno rimanere dentro l'ambasciata italiana in attesa del
processo, presentandosi una volta a settimana in una
stazione di polizia".

"Il governo italiano prevede di sfidare la giurisdizione
dell'India non appena inizierà il processo": così hanno
detto alla Reuters gli avvocati indiani dei due marò,
aggiungendo come "l'Italia consideri la nave mercatile suolo
italiano".

I marò, ricorda ancora l'agenzia Usa, hanno detto che "il
peschereccio di 14 metri era in rotta di collisione con la
nave Enrica Lexie (di 244 metri) e ha ignorato i ripetuti
avvertimenti di cambiare direzione".

MANCANO LE REGOLE
"Mentre la sicurezza a bordo è diventata parte integrante
del modello di business di spedizione - continua il
reportage - non ci sono linee guida del settore o anche un
accordo tra i Paesi sull'uso della forza letale da parte
delle squadre di sicurezza anti-pirateria, siano esse
militari o private".

L'industria della spedizione ha preferito ingaggiare
personale militare "invece che appaltatori privati, nella
convinzione che - racconta alla Reuters James Brown,
responsabile di un think tank australiano esperto in
materia, il Lowy Institute - abbiano una migliore protezione
dai procedimenti giudiziari".

Non solo: affidarsi ai militari significa anche personale
meglio addestrato, armi migliori e soprattutto la forza dei
governi dietro le spalle. "La vera domanda - continua Brown
- è: di chi è la competenza a risolvere le controversie che
coinvolgono navi commerciali con a bordo militari?".

GLI EVENTI
Nella sua dichiarazione alla polizia indiana, che Reuters
ha ottenuto, il capitano della nave con a bordo i marò,
Umberto Vitelli, "ha detto che è stato solo dopo aver
sentito colpi di pistola che ha aumentato la velocità,
suonando la sirena e l'allarme generale".

"Fino a quel momento - scrive l'agenzia Usa, che non è
riuscita a mettersi in contatto con il comandante - aveva
tenuto sotto controllo la barca da pesca [...] e nel
raccontare i momenti prima della sparatoria non aveva avuto
il sospetto che la barca potesse essere una nave pirata".
Altri cinque membri dell'equipaggio dell'Enrica Lexie -
sottolinea la Reuters - hanno descritto alla polizia una
sequenza di eventi molto simile, senza fare menzione della
sirena".

Ma i pescatori della nave indiana, dice la Reuters, dicono
di non aver sentito nessun suono d'allarme e gli avvocati
dei marò hanno rifiutato di commentare. La questione
principale è capire 'chi sia responsabile della decisione di
premere il grilletto' in queste occasioni, come dice alla
Reuters Andrew Varney, amministratore delegato di "Port 2
Port Maritime", una società di sicurezza inglese che
fornisce guardie armate private per le navi.

L'agenzia Usa ha contattato anche la Marina militare
italiana chiedendo quali fossero le regole di ingaggio per i
militari italiani anti-pirateria, ma gli è stato risposto
che si tratta di informazioni riservate. La Marina avrebbe
però confermato che sono i "capi militari e non il capitano
della nave ad avere il comando nelle operazioni
anti-pirateria".

Ma, dice James Brown del Lowy Institute, "sotto varie
legislazioni marittime il comandante della nave deve avere
il controllo assoluto". Ma se i marò italiani, continua
Brown, "sono autorizzati a sparare di loro iniziativa,
allora probabilmente il capitano non ha il pieno controllo
della nave". È una situazione - conclude - molto "confusa".
(Public Policy)

GAV

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