Euro o non euro, non si esce dal declino senza produttività

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di Enzo Papi

ROMA (Public Policy) – Per molti anni ci siamo sentiti dire che l’Euro era il grande protettore del nostro benessere e del nostro futuro. Ora pare che vi sia unanime convinzione nel vedere nell’Euro la fonte di ogni nostra sventura. In realtà l’Euro è un Giano bifronte. Può essere sia l’una che l’altra cosa.

In un regime di cambi fissi le economie nazionali, e i loro sistemi di produzione di ricchezza, si confrontano direttamente sulla base della loro competitività. I Paesi in cui la produttività (e dunque la competitività) ristagna da anni vedranno le loro imprese più deboli chiudere e licenziare i dipendenti, e nel contempo anche le nuove iniziative imprenditoriali si svilupperanno con crescente difficoltà. Una situazione esattamente contraria si verifica nei Paesi dove la produttività è andata crescendo, così che, in regime di cambio fisso, i Paesi più competitivi tenderanno a diventare sempre più ricchi e quelli meno competitivi sempre più poveri. Ed è questo il quadro che oggi ci offre l’area Euro.

In un contesto di cambi flessibili i differenziali di competitività inducono una svalutazione delle monete dei Paesi meno competitivi, rendendo in tal modo più conveniente al mercato internazionale acquistare le merci di quel Paese e dunque sostenendo la continuità delle aziende e dell’occupazione. In questo caso il prezzo che i lavoratori devono pagare consiste nella riduzione di salario in “moneta internazionale”, e quindi nel loro impoverimento, rispetto ai colleghi che lavorano nei Paesi più produttivi.

Il problema resta sempre lo stesso: la produttività. In un Paese in cui la produttività cresce si crea più ricchezza sia in relazione al suo mercato interno che a quelli esterni. Un Paese in cui la produttività ristagna è inevitabile un impoverimento comparato con gli altri e anche rispetto ai suoi precedenti livelli, se la sua economia è aperta alla concorrenza internazionale, perché vedrà le merci di altri Paesi prevalere anche sul suo stesso mercato.

Così, restando nell’Euro, l’Italia potrà conservare e sviluppare la sua ricchezza se riuscirà a correggere il suo più che decennale ristagno di produttività. Se metterà insomma mano alle cosiddette “riforme strutturali”, che vanno intese nel senso di scioglimento dei vincoli che finora hanno impedito la crescita della produttività. Come è noto essa dipende da fattori sia interni sia esterni alle imprese: in primo luogo dipende dalla loro capacità di riorganizzare il loro sistema produttivo, sia attraverso un diverso e più efficiente utilizzo delle risorse umane, sia dotandosi di più efficienti mezzi di produzione, il che coinvolge la disponibilità di capitale e credito e dunque la qualità del sistema bancario.

Ma non tutto dipende dall’impresa e dal credito. La produttività non può migliorare senza un efficiente sistema giudiziario, che dia certezza ai diritti e doveri che nascono tra i soggetti economici, inclusa la Pubblica amministrazione; senza una sistema di formazione professionale efficiente; un sistema logistico efficiente; senza una burocrazia dai tempi certi e senza un sistema fiscale non vessatorio, ma soprattutto chiaro e non provvisorio.

Si può fare a meno di queste esigenze di “produttività” in un sistema di cambi flessibili? In sostanza uscendo dall’Euro? La risposta è certamente no.

Tralasciando i gravi e inevitabili effetti sulle istituzioni finanziarie, private e pubbliche, l’uscita dall’Euro rende inevitabile la svalutazione della nuova moneta nazionale – una “nuova lira”? – in una misura stimabile tra il 20 e il 30%. Ciò sosterrà le imprese esportatrici e dunque l’occupazione, ma genererà anche una sostanziosa diminuzione dei salari, in termini reali, a seguito della inevitabile inflazione che ne deriverà. Essa colpirà prevalentemente i titolari di redditi fissi, come i pensionati e i dipendenti di aziende a prevalente mercato nazionale e tra questi i dipendenti pubblici.  Il sollievo all’occupazione è però destinato a riassorbirsi, man mano che l’inflazione porterà a rivendicare un recupero del potere di acquisto e quindi a far crescere il costo del lavoro e quindi a render necessaria un’ulteriore svalutazione per sostenere la competitività.

Insomma l’unico antidoto al declino è l’aumento della produttività in termini reali. Con Euro o senza Euro. Gli stregoni politici di turno dovrebbero smettere di illudere gli italiani con ricette da circo mediatico che funzionano per stupire, per acquisire i consensi di chi più facilmente crede ai miracoli. Purtroppo c’è sempre un trucco. (Public Policy)