Europa senza Europa

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di Enzo Papi

ROMA (Public Policy) – Il populismo sovranista non nasce dall’intelligenza politica di Salvini e dai miraggi di cui è farcito il vuoto disegno etico dei grillini. Nasce dal vuoto che ha scavato il fallimento del disegno europeo sostenuto dai partiti moderati e dal particolarismo economico delle nazioni più ricche.

Qualsiasi analisi razionale ed oggettiva non può che confermare la necessità del disegno di integrazione federativa dei Paesi europei, ma oramai si deve prender atto che la sua credibilità è diventata sempre più debole per il troppo tempo passato inutilmente e dunque cresce lo spazio per proposte alternative.

Sono oramai dieci anni che le nazioni più ricche della Comunità crescono più di quelle deboli, senza che siano state prese misure che lascino intravedere un’inversione di tendenza. Anzi, il rigore imposto ai PIGS dopo la crisi del 2011 ha aggravato i divari. Perché i cittadini italiani, greci portoghesi o spagnoli, ma anche gli stessi francesi dovrebbero credere a un futuro ‘europeo’? Certo, le così dette classi dirigenti che hanno sempre qualcosa da perdere, vedono con paura il degrado del disegno europeo e in particolare dell’euro che garantisce la stabilità della ricchezza di ce l’ha, ma non di chi possiede solo le risorse per arrivare appena alla fine mese. Perché quest’ultimi dovrebbero ancora credere in questa Europa e difenderla?

Il quasi fallimento di questo stanco disegno europeo trova il principale colpevole nell’incapacità della Germania di assumerne la leadership integrativa. D’altra parte la Germania non ha nella sua storia una cultura integrativa, se mai ne ha una “dominativa”, che ne ha caratterizzato la politica da Bismarck in poi, fino ai drammatici fallimenti dell’ultimo secolo. I disastri indotti della sua aspirazione al dominio europeo la spingono ora ad una politica di autonomia diffidente, entro cui consolida i privilegi economici che la moneta unica apporta alla sua strutturata economia.

L’Europa non si può fare senza che il Paese che produce da solo circa il 30% del suo Pil ( area euro) assuma una convinta politica, solidale ed integrativa, che coinvolga i deboli nel disegno di un valore politico comune. Senza Europa anche la forza della sua economia è destinata a declinare. Così come ha investito nella sua riunificazione deve avere la lungimiranza di investire anche nelle difficoltà dei Paesi fragili perché eredi di una cultura individualista, corporativa e fatalista, che però sta anch’essa nella storia dell’Europa e quindi nella sua ipotetica identità di “patria federale”.

In questo contesto di approntamento di arredi di una casa che però non è mai diventata comune, si è persa la credibilità dei partiti che indicano nel disegno comunitario la premessa della loro proposta politica.

Il vero “cigno nero” per l’Europa non sta nell’abbandono dell’euro, ma piuttosto nel progressivo estinguersi del disegno europeo, nei termini pensati negli 60 anni dai “padri fondatori”.

Un disegno europeo che abbandona il fine dell’ integrazione per passare a quello degli accordi economici e delle “alleanze”, non può certo lasciar sopravvivere una moneta comune che, priva di un riferimento politico unitario, ha addirittura contribuito, di fatto, alla sua attuale crisi. I mercati si faranno carico di accertarne l’ingombrante inutilità.

In mancanza di un tardivo e improbabile recupero di volontà integrativa nei due Paesi leader, e cioè Germania e Francia, si deve prender atto che ogni Paese della Comunità dovrà profondamente rivedere i riferimenti delle proprie proposte politiche.

Le frontiere torneranno a farsi più solide, i processi economici e finanziari più attenti ai valori della nazione e la finanza più scarsa ovunque, ma problematica nelle aree a bassa produttività e già elevato indebitamento, con un generale impatto depressivo sul Continente.

Sinistra e Destra dovranno ripensarsi profondamente in questo contesto. Gli aiuti di Stato e forme protettive delle principali filiere economiche recupereranno una inevitabile necessità e conseguentemente si dovranno ripensare i termini di una libera concorrenza selettiva. La perdita di credibilità degli ingenti debiti pubblici accumulati da alcuni Stati (tra cui per prima l’Italia) il cui rimborso sarà privo di qualsiasi sostegno esterno, dovrà trovare soluzioni interne che difficilmente potranno evitare forme di consolidamento “patrimoniali” nel risparmio privato, oltre che nel supporto fornito da una elevata inflazione. In questi Paesi la crescita dovrà necessariamente essere affidata alla domanda estera e non al deficit, a meno di non voler seguire il modello argentino, e dunque ad un cambio debole, anche oltre i termini di spontaneo equilibrio, con conseguente impoverimento reale del reddito.

Un contesto questo che non consentirà alleanze spurie “giallo-verdi”, bensì propone il ritorno classico al confronto tra chi vuole far gravare il riequilibrio sui salari o sul capitale, evitabile solo in un insano armistizio garantito dalla crescita del debito pubblico e dunque dal modello peronista.

Resta la speranza che questo salto nel passato sia evitato in extremis, ma in politica, come nelle aziende, la speranza non è mai un buon consigliere. (Public Policy)