L’europeismo alla Draghi: un bilancio federale per contrastare le recessioni

0

di Leopoldo Papi

ROMA (Public Policy) – “Sostenere questo Governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione”. Questo passaggio del discorso programmatico di Mario Draghi al Senato lo scorso 17 febbraio è stato oggetto di attenzione soprattutto per la prima parte sull’irreversibilità dell’euro, che è stata interpretata come un segnale forte rivolto a Matteo Salvini e alla Lega di sconfessione di qualsiasi istanza no-euro.

Non altrettanto interesse ha suscitato la seconda parte dell’affermazione del premier ed ex banchiere centrale sull’istituzione di un bilancio europeo comune, che se presa alla lettera rappresenta, invece, una sfida a viso aperto all’europeismo ‘tecnocratico’, fautore del modello della moneta unica e del mercato unico fedele ai trattati fondativi dell’Ue e dell’euro.

La ragione di questo modello è sempre stata evitare che i contribuenti di alcuni dei Paesi membri si trovassero a dover pagare il conto delle spese e degli sprechi commessi da altri. D’altronde, come era chiaro fin dalla loro istituzione, il mercato unico e la moneta europea avrebbero messo a nudo le differenze di competitività delle diverse economie nazionali e le eventuali debolezze dei conti pubblici sovrani. Il debito emesso da ciascun Governo per finanziarsi sarebbe stato prezzato (i tassi di interesse sono un prezzo) unicamente sul libero mercato dei capitali, senza possibilità di interventi di sostegno da parte delle banche centrali nazionali.

Per i Paesi più deboli e inefficienti, l’adesione all’euro e all’Ue significava insomma essere esposti direttamente al rischio default, cioè all’impossibilità dichiarata delle loro istituzioni pubbliche di assolvere ai propri impegni di pagamento. Non c’è da illudersi che esistano ricette miracolose per far sparire questa evenienza, se l’economia è inefficiente e i conti pubblici in cattivo stato, come prospettato da molti attivisti no-euro. Un default avverrebbe nei fatti anche in presenza di una banca centrale che acquista il debito pubblico pagando allo Stato moneta nazionale. La differenza è che in questo caso lo Stato rimane formalmente sempre solvibile nei confronti dei propri dipendenti e creditori, sebbene grazie all’impiego di moneta sempre più svalutata, fino a valere meno della carta straccia. L’euro semplicemente non consente questa tecnica di occultamento dei dissesti finanziari pubblici, pagati dai cittadini attraverso la subdola e occulta “tassa da inflazione”.

Ma il fallimento dichiarato di uno Stato non è la stessa cosa di quello di un’impresa o di un singolo individuo. Significa far precipitare di colpo una comunità intera in un caos politico e sociale incontrollato, con potenziali rischi di derive violente, perfino di guerre civili. L’avvitarsi di un Paese dell’Unione europea in un simile disordine violento avrebbe comportato un grave rischio di stabilità per l’Unione stessa. Occorreva quindi scongiurare questo rischio e evitare l’impiego improprio delle risorse fiscali di alcuni Paesi per evitare il default di altri. Questo era l’obiettivo dei trattati fondativi europei: conciliare queste due apparentemente inconciliabili esigenze. Vincolando i Paesi a impegni di disciplina fiscale e invitandoli a fare riforme per migliorare la produttività interna, si riteneva possibile raggiungere una progressiva uniformità della situazione delle economie nazionali e dei bilanci pubblici, tale da rendere non necessario, in caso di crisi e recessioni, condividere risorse per evitare bancarotte sovrane. Grazie a un sofisticato sistema di accordi internazionali e a un ordinamento giuridico sovranazionale, si è creduto insomma che un gruppo di Stati indipendenti si potesse comportare come uno Stato unitario, preservando le prerogative e le risorse di ciascuno.

La crisi dei debiti sovrani europei generata dalla crisi finanziaria globale del 2007-2008, e la pandemia del 2020, sembrano aver evidenziato i limiti di questo modello nell’affrontare gravi emergenze o problemi comuni. Nelle fasi più acute della prima, i Paesi economicamente più fragili dell’Eurozona, tra cui l’Italia, non avrebbero potuto evitare la bancarotta dello Stato senza gli strumenti straordinari di sostegno messi in campo dalla Banca centrale europea, guidata dallo stesso Draghi, culminati col Quantitative Easing avviato nel 2015. Due iniziative seguite alla pandemia da Covid-19 sembrano aver fatto poi, almeno temporaneamente, cadere il tabù della mutualizzazione tra Paesi europei dei rischi finanziari e della condivisione delle risorse fiscali: il programma Peep lanciato a marzo 2020 dalla Bce e il fondo Next Generation Eu dell’Unione europea.

Entrambe presentano novità importanti. Il Pepp ha derogato, se pur provvisoriamente, al criterio degli acquisti di titoli in proporzione al capital key, la quota di capitale della Bce sottoscritta da ciascun Paese calcolata in base al Pil e al numero di abitanti. Se non è una “monetizzazione” del nuovo debito dei singoli stati operata sul bilancio comune della banca europea, è qualcosa che gli assomiglia molto. Grazie a questa flessibilità, l’Italia ha beneficiato ad oggi più di altri Paesi (in proporzione alle rispettive quote di capitale) degli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce. Da marzo 2020 a gennaio 2021, secondo i dati diffusi dalla Bce il nostro Paese ha ottenuto grazie al solo Pepp (tralasciando gli altri programmi di acquisto dell’istituto di Francoforte) 136,3 miliardi di euro. Soldi che hanno consentito al nostro Paese di evitare il dissesto sociale, finanziando i vari ristori e sussidi erogati dallo Stato per far fronte all’emergenza. Il Next Generation Eu, con una dotazione di 750 miliardi consentirà invece, come noto, all’Italia, di accedere a finanziamenti per 209 miliardi, di cui 80 a fondo perduto, e il resto a prestiti a tasso agevolato da rimborsare tra il 2026 e 2058.

In un modo o nell’altro insomma, la pandemia ha spinto l’Europa verso l’utilizzo condiviso delle risorse fiscali, e a incamminarsi quindi verso quel bilancio “federale” evocato e dato per certo dal premier. Draghi tuttavia non ha toccato il problema che un tale bilancio implica: un Governo ‘federale’ deputato a gestirlo, e legittimato democraticamente tutti i cittadini europei. (Public Policy)

@leopoldopapi