Gli azzeccagarbugli del fine vita. Parlamento cercasi

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di Carmelo Palma

ROMA (Public Policy) – Sul tema del fine vita da parecchi anni l’inerzia del legislatore nazionale ha spinto prima le corti giudiziarie e, su iniziava di queste, la Corte costituzionale e, in seguito alla pronuncia di quest’ultima, le Regioni, ad adattare in modo necessariamente parziale e disorganico un quadro giuridico evolutosi, dopo la legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento), nel senso del riconoscimento della volontà del paziente, cioè della sua disponibilità a sottoporsi ai trattamenti sanitari, anche se “salva-vita”, come principio fondamentale delle relazioni di cura.

Essendo i temi biopolitici materie ad altissimo gradiente ideologico è fisiologico che la discussione pubblica sia polarizzata su posizioni estreme che però, dal punto di vista giuridico, hanno pochissima consistenza e di fatto nessuna applicazione. Sia quelle tradizionaliste che proclamano la difesa della vita umana – cioè la sua prosecuzione “costi quel che costi” – come valore assoluto e prevalente, sia quelle lato sensu libertarie, che affermano il diritto a morire come rigorosa e astratta declinazione antiproibizionista del diritto alla vita.

La legittimazione dell’eutanasia è al contrario il frutto della ponderazione relativistica del complesso degli interessi e dei principi in campo nelle relazioni terapeutiche, grazie alla fine del paternalismo medico e alla giustificazione dell’eutanasia come risposta appropriata a una domanda di cura ammissibile, in situazioni di malattia irreversibile e sofferenza non tollerabile: quella a morire bene, anziché male, o comunque meglio, anziché peggio. Insomma, l’eutanasia si è fatta concettualmente strada nella teoria deontologica e nell’ordinamento giuridico lungo la stessa direttrice bioetica che ha portato, in tempi relativamente recenti, al pieno sdoganamento delle terapie palliative, lungamente avversate in base all’idea cultural-religiosa che il dolore fosse in qualche misura il crisma necessario della morte naturale.

Di tutto questo sembrano poco consapevoli i protagonisti delle accanite diatribe politiche sul tema del fine vita, soprattutto dal lato “proibizionista”, ma pure da quello “antiproibizionista”, dove si giunge a riconoscere impropriamente la natura eutanasica di suicidi assistiti di persone che, per ragioni esistenziali o di disagio psichico, semplicemente vogliono morire.

L’oggettiva complessità del quadro giuridico in cui la questione si è ingarbugliata porta a un ulteriore eccesso di semplificazione. Quale è oggi la situazione? È quella stabilita dalla Corte costituzionale, che nella sentenza del 2019 in precedenza citata, relativa al cosiddetto caso Cappato, ha operato una rilettura del reato di aiuto al suicidio (articolo 580 del codice penale) alla luce della scriminante del consenso del malato “suicida”. Cappato uscì così prosciolto dal caso di Dj Fabo, che aveva accompagnato in Svizzera, stabilendo i contatti con la struttura sanitaria in cui sarebbe morto, perché la Consulta stabilì l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

La scriminante riconosciuta a Cappato non fu una vera legalizzazione dell’eutanasia non solo perché, viste le caratteristiche del caso sottoposto alla Corte, si applica teoricamente ai soli casi di pazienti “tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale” e non a tutti i malati affetti da una malattia irreversibile, che comporti sofferenze laceranti, ma perché nello stabilire la non punibilità di Cappato i giudici costituzionali non poterono disciplinare l’effettivo esercizio dei diritti dei malati, salvo un richiamo, immediatamente disatteso, alle responsabilità del servizio sanitario nazionale. Come prima di questa sentenza, che la Corte rinviò di un anno proprio per consentire di intervenire con una disciplina organica al legislatore (il quale non intervenne), così anche dopo proseguì l’inerzia delle Camere, che hanno lasciato sul tavolo interrogativi ed equivoci sempre più imbarazzanti.

Il primo riguarda il perimetro delle forme di eutanasia ammesse. Perché Dj Fabo aveva diritto a smettere di soffrire in quanto soggetto a trattamenti di sostegno vitale, e perché Davide Trentini, il malato di sclerosi multipla che nel 2017, due mesi dopo Dj Fabo, Marco Cappato e Mina Welby accompagnarono a morire in Svizzera, non avrebbe dovuto avere il medesimo diritto solo perché non era tenuto in vita da un respiratore? Perché l’eutanasia ammessa deve fermarsi al solo suicidio assistito, in cui è il paziente a “schiacciare il pulsante” per il rilascio dei farmaci mortali, e non arrivare a forme di eutanasia attiva verso pazienti incoscienti o altrimenti impossibilitati a suicidarsi con assistenza medica, malgrado questi abbiano, in piena consapevolezza, disposto in questo senso nel testamento biologico?

Nel silenzio del Parlamento è toccato nuovamente alle corti giudiziarie dispiegare le potenzialità espansive della sentenza della Corte costituzionale. Ad esempio, sul caso di Davide Trentini i giudici hanno assolto sia in primo, che in secondo grado Cappato e Welby riqualificando in modo estensivo la dipendenza dai trattamenti di sostegno vitale, cioè ritenendoli non solo legati all’utilizzo di macchinari, ma anche a necessari e continuativi interventi assistenziali e farmacologici. In ogni caso se queste pronunce assolvono chi abbia aiutato i malati a morire all’estero, di certo non stabiliscono un principio di certezza del diritto per i malati che stanno in Italia e che nella generalità dei casi si confrontano con la riluttanza delle istituzioni sanitarie a prendere in carico la loro richiesta, non esistendo una legge che stabilisca i loro obblighi, né in positivo i diritti dei malati.

L’ulteriore conseguenza dell’inerzia del legislatore nazionale è la moltiplicazione delle richieste di intervento nei confronti dei legislatori regionali, che sono responsabili dell’organizzazione dei servizi sanitari e su questo piano tanto le istanze pro eutanasia quanto quelle di resistenza alla giurisprudenza costituzionale appaiono più bipartisan che sul piano nazionale. Zaia ha portato in Consiglio regionale una legge che è stata bocciata con il voto determinante di una consigliera del Pd. Anche Toti e Fontana hanno espresso posizioni analoghe a quelle del collega veneto. Bonaccini e Giani preferiscono procedere per via amministrativa, non sentendosi di rischiare un voto nei rispettivi Consigli, da cui la maggioranza di centrosinistra rischierebbe di uscire spaccata.

In ogni caso, le leggi o le discipline amministrative regionali hanno due limiti sostanziali. Non possono che disciplinare un suicidio assistito ricalcato su quello di Dj Fabo – con i limiti che abbiamo detto – e con molta probabilità porterebbero a una situazione di diritto a macchia di leopardo, dove quello che vale in una regione non vale in un’altra. E di tutto il federalismo italiano oggi ha bisogno, fuorché di una variante bioetica.

La proposta di legge nazionale che nella scorsa legislatura ha percorso metà del cammino necessario per diventare effettivamente legge – fu approvata alla Camera, ma non al Senato – in questa è stata ripresentata dal primo firmatario, il dem Bazoli, a Palazzo Madama, ma la maggioranza si è finora opposta all’avvio della discussione. Però anche questa proposta ha il limite di riprodurre per via legislativa la sentenza Cappato sull’aiuto al suicidio, senza disciplinare casi analoghi, ma non identici (per intendersi: i casi come quelli di Davide Trentini, dove il malato non è soggetto a terapie di sostegno vitale, come ventilazione meccanica o la nutrizione artificiale) e senza disciplinare i casi di eutanasia attiva, su cui l’Associazione Luca Coscioni nel 2022 aveva provato a sbloccare la situazione con un referendum abrogativo dell’articolo 579 del codice penale (omicidio del consenziente), dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale non perché questa ritenesse illegittima la finalità eutanasica, ma perché la formulazione del quesito lasciava un equivoco circa la possibilità di depenalizzare anche condotte non eutanasiche (cioè l’omicidio di un consenziente non irreversibilmente malato e sofferente, ma semplicemente disperato e desideroso di morire).

Comunque, se anche sul fine vita, come è successo sulla fecondazione assistita, si lascerà che siano i giudici a fare quello che dovrebbe fare i legislatori, sarà difficile bonificare il dibattito sui diritti dall’inquinamento dell’ignoranza, del pregiudizio e dell’estremismo ideologico. Parlamento cercasi. (Public Policy)

@carmelopalma