Perché il Governo Draghi potrebbe essere uno spartiacque politico

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – L’impatto di un Governo guidato da Mario Draghi potrebbe fungere da spartiacque nello scenario politico italiano. Un riallineamento delle forze politiche che può sovvertire gli equilibri instauratisi nell’ultimo decennio. Al momento, con le consultazioni in corso, è possibile solamente sviluppare delle ipotesi di evoluzione. Solo quando sarà definito il perimetro della maggioranza sarà possibile sviluppare osservazioni più solide.

Di fatti, è proprio dalla tipologia della maggioranza e di conseguenza di Governo che si riorienteranno gli orizzonti dei partiti. Il perno del sistema politico continua ad essere il Partito democratico, che rimane la più governista tra le forze politiche. Anche il prossimo Governo Draghi si reggerà sui democratici che però sconteranno il naufragio del Governo Conte 2 su cui molto Zingaretti aveva puntato. Se la Lega entrerà a far parte della maggioranza, il fallimento dell’attuale segreteria sarà ancora più evidente ponendo la leadership in una situazione precaria. È probabile che, seppur non immediatamente, la posizione di Zingaretti come segretario venga messa in discussione. Resta, inoltre, un consistente problema di leadership. Il Pd è partito capace di governare sempre e con chiunque, di annodare il filo del potere burocratico, finanziario e giudiziario, ma senza la forza di evolvere in partito maggioritario o anche soltanto di esser il perno di una alleanza di sinistra che possa ambire a vincere le elezioni. Quando si andrà al voto i democratici, molto probabilmente, non potranno governare senza una coalizione che vada da Renzi al Movimento 5 stelle. Una debolezza che il Pd rischia di pagare caro, anche perché l’alleanza con i pentastellati potrebbe non bastare per mettere insieme una proposta di governo vincente. La dipendenza politica da altre formazioni e da leadership esogene, come si è visto con il Conte 2, può vanificare la ramificata rete di potere del Partito democratico.

Al contrario, Matteo Renzi, vincitore del braccio di ferro su Conte, non sconterà alcun problema nel governare sotto Draghi, eventualmente anche insieme alla Lega. Renzi ha perso la centralità che aveva nel Conte 2, quando era essenziale per la sopravvivenza dell’Esecutivo, ma ha guadagnato molto in agilità politica. Può essere tra gli artefici di un polo di centro (con Carfagna, Calenda e altri pezzi di Forza Italia) che in uno scenario proporzionale, come quello verso cui il sistema si sta muovendo, giocherà quasi certamente un ruolo essenziale. E allora questo gruppo sarà libero di guardare tanto a sinistra quanto a destra con la massima flessibilità e secondo convenienza.

La posizione più scomoda resta, invece, quella del Movimento 5 stelle. Orfano di Conte, privo di una leadership forte, costretto a subire un Esecutivo che rappresenta il contrario degli esordi. Il rischio di una ulteriore emorragia di consenso è molto elevato così come quello di scissione tra l’area governista e quella radicale. Sul piano logico, al Movimento 5 stelle converrebbe andare all’opposizione per ricostruirsi un orizzonte politico. Tuttavia, oramai i legami con il Pd sembrano troppo forti per potersi spezzare del tutto, non si vuole rinunciare ad una prospettiva di alleanza e, inoltre, una parte del Movimento ritiene di poter ricavare un dividendo maggiore nel restare all’interno del confine europeista.

Ma i partiti su cui l’impatto del fattore Draghi può essere maggiore sono quelli del centrodestra. Forza Italia ha l’opportunità di tornare al governo e di coltivare nuove alleanze per il post-berlusconismo. Sedersi al tavolo con Calenda e Renzi per costruire un polo centrista che è nella logica degli eventi, mantenendo un rapporto privilegiato e laico con il resto della destra. La Lega, invece, è il partito cruciale della partita per il Governo Draghi. Un suo ingresso in maggioranza non soltanto allargherebbe il sostegno all’Esecutivo, concretizzando la formula dell’unità nazionale, ma fornirebbe al partito una nuova legittimazione europea ed internazionale. Permetterebbe a Salvini di uscire dall’angolo anti-europeista in cui viene relegato insieme a Fratelli d’Italia, al Font national e all’AfD. Non soltanto, ma un ingresso al Governo darebbe l’opportunità all’area più produttiva del Paese, quel nord dove la Lega prende ancora la grande maggioranza dei voti, di essere maggiormente rappresentata. La gestione del Recovery Fund e l’incanalamento che si dovrà fare dei suoi finanziamenti fa gola a governatori, sindaci ed imprenditori vicini al partito di Salvini. Certo, l’operazione non è priva di rischi, nessuna lo è mai, e può costare qualche punto di consenso. Tuttavia, appare sostenibile in un orizzonte temporale limitato e con un programma di governo non troppo distante dalle priorità leghiste. Nel lungo periodo, invece, il guadagno strategico potrebbe essere sostanziale: mettersi in cammino verso il Partito popolare europeo, influire maggiormente sull’elezione del prossimo presidente della Repubblica, smettere di essere percepiti come forza anti-sistema, marcare una differenza con il partito della Meloni mostrando di avere una classe dirigente più matura e capace di governare.

Proprio Fratelli d’Italia, invece, può restare impigliata nella propria coerenza. L’essersi divincolata subito dalla possibilità di accettare un Governo Draghi mette Giorgia Meloni in una posizione solo apparentemente comoda. Nel lungo periodo, infatti, la rigidità può diventare un limite e l’intransigenza uno stigma che si rischia di pagare caro in un sistema su cui pesano sempre più vincoli esterni. Fratelli d’Italia, non avendo concorrenti a destra, avrebbe potuto coordinarsi con la Lega per entrare insieme nella maggioranza del Governo Draghi. Invece, Meloni ha scelto l’opposizione per puntare a raccogliere consensi tra gli ex elettori grillini del centro e del sud. Sul piano del consenso questo atteggiamento può portare degli incrementi, ma la politica non è esclusivamente quella raccontata dai sondaggi. Fratelli d’Italia poteva dare una prova di maturità e, con la Lega, liberarsi dalla scomunica per eccesso di radicalità. Inoltre, il centrodestra unito al Governo avrebbe avuto un peso maggiore sul programma e sui nomi rispetto a quello di Forza Italia ed eventualmente della Lega. Il problema di Fratelli d’Italia sarà quello, a fronte di una salita nei consensi, di esibire una classe di governo degna di questo nome nel prossimo futuro. Al momento è un partito che ha preferito coltivare l’inesperienza. In un sistema parlamentare frazionato e proporzionale, una Meloni anti-sistema rischia di essere fortemente controbilanciata dalla componente centrista in un futuro governo di centrodestra e di vedere sbarrata la strada verso Palazzo Chigi.

In conclusione, qualunque sia la formula politica, l’avvento del Governo Draghi è destinato a riallineare la politica italiani su assi diversi rispetto a quelli di oggi, segnando un confine tra forze di governo e anti-sistema più che tra destra e sinistra. Nuove aggregazioni centriste e nuovi spazi politici, figli dell’assottigliamento dei 5 stelle, potranno condizionare il futuro della politica italiana forse più di quanto oggi si è disposti a credere. (Public Policy)

@LorenzoCast89