Governo, il peggio non è passato. Meloni e le conseguenze della sconfitta

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – A una settimana dalla sconfitta referendaria, il centrodestra è alle prese con le pulizie di primavera. Scopre però di essere non poco in affanno. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto dimettere, nell’ordine, l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, il capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, la ministra del Turismo Daniela Santanchè. Nordio ha sostituito Bartolozzi con Antonio Mura, fin qui capo dell’Ufficio legislativo. Le altre caselle ora vuote vanno riempite e non è detto che non ci siano altri spostamenti o licenziamenti.

In questi giorni si è parlato molto di un eventuale ingresso nel governo di Luca Zaia, ex presidente della Regione Veneto. Non è chiaro con quale ruolo. Eventualità che non sembra piacere alla Lega, non perché contraria a Zaia, ma perché darebbe troppe responsabilità al partito di Matteo Salvini, in una fase troppo complessa. Meloni tuttavia non deve soltanto disporre nuove nomine; deve ritrovare il filo conduttore della legislatura, che sembra essere politicamente finita ma tecnicamente non lo è. Che fare dunque degli altri provvedimenti ai quali la maggioranza stava e sta lavorando? La legge elettorale sembra essere la priorità, con uno sguardo alle prossime elezioni. Peraltro resta un dubbio: saranno nel 2027, magari in primavera, oppure verranno anticipate alla fine del 2026? Meloni potrebbe usare l’arma del voto per compattare una maggioranza che oggi mostra più di un problema.

Fratelli d’Italia reagisce militarmente alle decisioni di Meloni, per quanto queste sembrino più dettate dall’urgenza del momento che non da una pianificazione accorta della strategia politica. Forse un modo per cancellare subito dalla memoria il risultato referendario. La ghigliottina d’altronde piace al popolo, specie se viene considerata adeguata (nei confronti dei vari Delmastro, capro espiatorio insieme ad altri del risultato di una settimana fa). Forse un modo, dunque, per distogliere l’attenzione, mentre i sondaggi (Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera), dicono che Fratelli d’Italia sta perdendo punti e a crescere sono Forza Italia, Pd e M5s.

Anche dentro Forza Italia l’aria è frizzante. Maurizio Gasparri è stato sostituito come capogruppo al Senato per fare posto a Stefania Craxi. Il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, è in forse. Ma il più in bilico di tutti sembra essere il leader, Antonio Tajani, più volte richiamato all’ordine dai fratelli Berlusconi, Pier Silvio e Marina. Soprattutto quest’ultima sembra essere incaricata, almeno dal punto di vista pubblico, di evocare costantemente un rinnovamento necessario per Forza Italia. Un rinnovamento tuttavia invocato dall’alto, dunque poco efficace, anche per un partito come FI, in cui lo spazio per la rottamazione non c’è mai stato comprensibilmente stato. Il ministro degli Esteri sembra avere le settimane contate, ma la domanda resta: chi altri dopo di lui? Magari Giorgio Mulè, che con efficacia durante la campagna elettorale ha duellato, in tv e non solo, con gli avversari del No alla riforma Nordio?

C’è dunque la Lega. Matteo Salvini è insolitamente silente. Un silenzio doppio, anche sui social, dove di consueto esterna, prima della tempesta politica della nuova campagna elettorale. Quella per le Politiche dell’anno prossimo. Anche per lui i fronti fin qui non sono mancati. C’è stato, fra gli altri, il caso di Roberto Vannacci, tutt’altro che risolto, perché il generale in pensione, europarlamentare eletto con la Lega, avrà pure lasciato il partito che fu di Umberto Bossi, ma rimane un problema per tutti. Ha appena inaugurato, sabato scorso a Firenze, la prima sede provinciale italiana del suo partito, Futuro nazionale. Il centrodestra rischia di avere bisogno di lui per vincere le prossime elezioni. Per accontentare il generale che cosa dovrà fare la coalizione guidata da Meloni? C’è un rischio radicalizzazione per la destra? La presidente del Consiglio sembra aver voglia di lasciarsi alle spalle il referendum, ma le conseguenze politiche della sconfitta sono tutte lì. Il peggio non è passato. (Public Policy)

@davidallegranti