Il bipopulismo fiscale e l’oblio della razionalità

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di Carmelo Palma

ROMA (Public Policy) – La delega al Governo in materia fiscale sarà oggi approvata in via definitiva dalla Camera, dopo le poche modifiche che, sul testo originariamente licenziato da Montecitorio, in settimana erano state approvate a Palazzo Madama. Questa legge – almeno sul piano dei principi di delegazione – somiglia molto di più a quella che nel 2022, sotto il Governo Draghi, giunse vicina all’approvazione, pregiudicata dallo scioglimento anticipato della legislatura, che alla rivolta contro il Leviatano di Equitalia, su cui la destra giurò l’impegno in campagna elettorale o a all’eversione dei principi costituzionali, che la sinistra vede spesso profilarsi, intravedendone i contorni anche in disposizioni che dicono tutt’altro. Il che conferma che il bipolarismo fiscale, esattamente come quello penale, non divide, ma in realtà unisce la destra e la sinistra e non descrive una alternativa radicale tra posizioni diverse, ma una guerra totale tra impostazioni identiche e ugualmente cospiratorie, ma a misura delle rispettive e diverse ossessioni. Non è la rappresentazione lo specchio della realtà, ma la realtà il caleidoscopio delle rappresentazioni.

Le contrapposte retoriche fiscali non sono infatti la prosecuzione di una contrapposizione politica di fini e di mezzi, che spesso infatti si imbastardiscono, scavalcando le asserite differenze genetiche tra la destra no tax e la sinistra pro tax e sconfinando nella canea demagogica bipartisan della caccia ai ricchi o ai parassiti (che per definizione, come gli italiani, “sono sempre gli altri”). Esemplare, da questo punto di vista, è stata ieri alla Camera l’approvazione di un ordine del giorno – che non ha funzione diversa dal mettere a verbale una posizione, non certo quella di darvi corso – sulla Next Generation Tax (una patrimoniale di scopo sopra i 500.000 euro, per combattere la dispersione scolastica) proposta da Sinistra italiana e accolta inopinatamente (davvero?) dal Governo. L’etica di Robin Hood – del togliere a chi ha (e ovviamente non se lo merita) e dare a chi non ha (essendone ça va sans dire meritevole) – è una maschera di scena obbligata in un Paese, in cui le tasse sono intese solo come vendetta da consumare o vessazione a cui ribellarsi, e quindi la questione della loro giusta misura e necessaria efficienza è considerata uno scrupolo aridamente ragionieristico o uno spregiudicato magheggio per intortare gli allocchi che ci credono.

La diversità tra destra e sinistra sulle tasse è semplicemente l’espressione dei diversi modi in cui i contribuenti sono o si sentono oppressi da un sistema fiscale in ogni caso nemico – perché troppo esoso o troppo iniquo, troppo poliziesco o troppo rinunciatario, troppo cavilloso o troppo indulgente – e chiedono, più che soddisfazione dei propri desideri, riconoscimento delle proprie ragioni e legittimazione del proprio “dolore”. In relazione all’imposizione – al suo quanto, come e perché – pesa più il gradiente psicologico dell’elettore che l’interesse economico del contribuente. La guerra fiscale va molto al di là del piano degli interessi, perché i suoi presupposti sono totalmente al di là della razionalità politica. La “tassa piatta” e la “progressività” hanno così cessato di rappresentare scelte di policy alternative, per diventare feticci di un’idolatria disturbata e di una sindrome persecutoria.

Checché se ne dica, il nostro sistema fiscale negli ultimi decenni è diventato sempre più progressivo e, in misura anche superiore, più distributivo, eppure la sinistra politico-sindacale ne parla come di una vittima sacrificata al più sfrenato liberismo. Di più, la sinistra continua a lamentare sanguinosi tagli alla spesa pubblica, malgrado, anche grazie a un sistema fiscale inefficiente che è l’altra faccia della nostra democrazia di scambio, essa sia stata nel 2022 pari al 54% del Pil. Non solo per colpa del Covid, visto che nel decennio 2010-2020 la spesa primaria italiana è quella che è cresciuta di più in Europa insieme a quella greca e nel 2019, anche prima del crollo del prodotto nazionale a seguito della pandemia, era di circa il 49% del Pil, sesto rapporto più alto nell’Ue a 27 (La spesa pubblica in Europa – anni 2010-2020, Mef, 2022 pag. 28/30). D’altra parte c’è la flat tax, esperienza sconosciuta in qualunque grande democrazia industriale, che, in versione più meno hard, ricorre nella propaganda della destra italiana dal 1994 a oggi. Non è mai stato un progetto di governo, piuttosto qualcosa di simile a quello che per i comunisti era la rivoluzione proletaria: un principio di giustizia assoluta, che se anche la relatività della storia non approssima al trionfo, le ingiustizie del mondo rendono vieppiù imprescindibile, al di là di ogni fallimento. La smentita dei fatti dimostra paradossalmente la necessità dell’idea.

La ragione per cui la destra sulle tasse gioca all’attacco e la sinistra in difesa è perché, in modo sostanzialmente interclassistico, la crescente sfiducia nelle istituzioni e nei processi democratici ha persuaso ampi settori dell’elettorato a ritenere l’equità fiscale – nozione in sé tutt’altro che pacifica e condivisa – incompatibile con l’esistenza di un deep state burocratico irriformabile e incontrollabile. È la crisi della democrazia e il rimbambimento populista a rendere le discussioni in materia fiscale qualcosa di simile a un sabba ideologico o a una liturgia propiziatoria.

Ovviamente questa guerra sulle tasse, che è interamente combattuta nel subconscio politico della nazione, non dà alcun esito pratico, condannando all’immobilismo e, quando va bene, a un riformismo tecnocraticamente controllato e garantito, come nel caso di questa legge, recuperata dai cassetti del Governo precedente, che rimane ancora sospesa, in attesa che l’Esecutivo Meloni eserciti – chissà come – le deleghe che vi sono previste. Ma la percezione che il sistema fiscale, congegnato o rimaneggiato dai “tecnici”, esca sempre indenne dalle doglianze dei tartassati e degli esclusi rende ancora più immaginativa la frustrazione del popolo contribuente e, nei periodi di vacche magre, ancora più eccitante – da destra o da sinistra, poco importa – la prospettiva dell’assalto ai forni del pubblico erario. (Public Policy)

@carmelopalma