di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – Pochi giorni al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, trailer della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027. L’ultimo sondaggio SWG (6 marzo) dà il Sì al 48 per cento e il No al 52 per cento. I rapporti di forza dunque si sono completamente ribaltati rispetto all’anno scorso, quando il Sì era in vantaggio. La campagna pro riforma senz’altro sconta lo scarso attivismo della presidente del consiglio Giorgia Meloni, che fin qui è stata ben poco presente nel duello referendario, a parte qualche sporadica critica pubblica nei confronti di alcune decisioni di alcuni magistrati.
L’appuntamento di questo giovedì, 12 marzo, sarà un’eccezione: la leader di Fratelli d’Italia farà l’intervento conclusivo al Teatro Franco Parenti al convegno “Sì. Una riforma che fa giustizia. Una giornata dedicata alla riforma che l’Italia aspettava da decenni”. Ma tra i comitati del Sì ci si attendeva un maggior impegno della presidente del Consiglio, che tuttavia teme di fare la fine di Matteo Renzi nel 2016, quando l’allora capo del governo perse il suo referendum costituzionale e si dimise.
Il contesto internazionale senz’altro non aiuta a mantenere alta la concentrazione. Il recente conflitto in Iran ha prevedibilmente e comprensibilmente spostato l’attenzione, di nuovo, sulla politica estera. Le ricadute immediate sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalle speculazioni che provocano un immotivato, immotivato almeno per ora, aumento dei prezzi, contro il quale il Governo si è impegnato a trovare una soluzione. La presidente del Consiglio per questo intende attivare una “task force per monitorare l’andamento dei prezzi. In particolare stiamo valutando di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili che questo governo ha reso più efficace con il provvedimento sui carburanti del 2023 nel caso in cui i prezzi aumentassero in modo stabile”. Il meccanismo, la cui attivazione viene chiesta anche da parte di alcuni partiti dell’opposizione, ha detto ancora Meloni, “consente di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento dei prezzi, per la riduzione delle accise”.
L’attenzione della pubblica opinione italiana è dunque presa da altro, certamente molto meno dal referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. La riforma Nordio passa in secondo piano rispetto agli eventi macroscopici che ci circondano. Il che non favorirà certo la partecipazione popolare al voto. Lo ha notato qualche giorno fa il sondaggista Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera: “La data del referendum si avvicina e il dibattito assume sempre più toni forti e spesso sopra le righe, da una parte e dall’altra. Gli oggetti della riforma sembrano d’altronde tutto sommato interessare poco, e le forze politiche certo non stanno assecondando lo sforzo di chiarire i contenuti effettivi del referendum”.
Che appassioni poco è evidenziato dal fatto che “l’informazione sui contenuti cresce di soli quattro punti rispetto all’ultima rilevazione nonostante il dibattito fino a pochi giorni fa fosse dominato proprio da questo tema e addirittura tende a decrescere, di due punti percentuali, la quota di chi attribuisce almeno una certa importanza a questa consultazione. Poco più del 50% si considera almeno abbastanza informato dei temi della riforma (ma la quota dei ‘molto informati’ rimane stabile al 10%) e il 58% ritiene che la riforma proposta sia almeno abbastanza importante (in calo di 2 punti rispetto a tre settimane fa)”.
Attualmente “la previsione ragionevole di partecipazione (mantenendo tutte le avvertenze a proposito della difficoltà di stimare correttamente questo dato, influenzato da numerose e complesse variabili), si colloca al 42%, dato stimato in base non solo alla dichiarazione di disponibilità a partecipare, ma anche in funzione dell’importanza attribuita alla riforma e dell’interesse espresso per la campagna elettorale. Proprio tenendo conto di tutti questi indicatori, la partecipazione massima, ad oggi, potrebbe arrivare intorno al 49%. Stando alle stime di partecipazione odierne si conferma la maggiore mobilitazione dell’opposizione, in particolare nell’elettorato del Pd (63%) seguito dai 5 stelle (57%) e dagli elettori delle altre liste del centrosinistra (51%). Nella maggioranza, fatta eccezione FdI (59%), si registra una minore disposizione ad andare al voto: tra gli elettori di FI e Noi Moderati, infatti, l’affluenza stimata si attesta al 45%, tra i leghisti al 44%. E come, era lecito attendersi, tra coloro che nel caso di elezioni legislative manifestano l’intenzione di astenersi (rappresentano il 42% degli elettori secondo il dato pubblicato sabato scorso su queste pagine) solo il 23% voterebbe per il referendum costituzionale”.
Anche a voler prendere i sondaggi con la dovuta cautela, il punto resta: il fronte del Sì non è capace di mobilitare l’elettorato come sta facendo il No, come dimostrano due recenti sortite di due autorevoli campioni anti-Nordio finite al centro delle polemiche (una di Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, l’altra di Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena). Polemiche calibrate, che hanno senz’altro rinvigorito l’attenzione del No in una battaglia in cui talvolta anche il merito del referendum è passato in secondo piano. (Public Policy)
@davidallegranti





