Il sogno della pensione e i paradossi della demografia

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di Carmelo Palma*

ROMA (Public Policy) – In Italia nei prossimi venticinque anni la popolazione residente scenderà dai 59 ai 55 milioni di abitanti e più di uno su tre (il 34,5%) sarà ultra sessantacinquenne. Poco più di un italiano su due (il 54,3%) nel 2050 sarà in “età attiva”, tra i quindici e i sessantaquattro anni, quasi otto milioni meno di oggi (Istat 2025).

La dinamica naturale della popolazione è irreversibile e potrà essere compensata parzialmente dai flussi migratori in entrata, per quanto su questo le previsioni dell’Istat siano pessimistiche, nel senso che la differenza positiva tra immigrati ed emigrati è destinata comunque a ridursi e, in prospettiva, a compensare in maniera minore il deterioramento della struttura della popolazione.

In questo quadro suona paradossale che la scorsa settimana alla Camera dei deputati Pd, M5s e Avs abbiano presentato una mozione che rimproverava al centrodestra di governo di non avere mantenuto la promessa di smontare la riforma Fornero e chiedeva di bloccare l’adeguamento dei requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione, di ripristinare “canali di uscita anticipata” (tradotto: prepensionamenti), e di abolire ogni incentivo alla previdenza complementare, considerato un “surrogato del welfare pubblico”.

Altrettanto paradossale è che la maggioranza abbia risposto con una mozione, la quale, anziché mettere in discussione presupposti e indirizzi di quella del cosiddetto Campo Largo (fuorché sul tema della previdenza complementare), si è limitata a tradurli in un linguaggio formalmente più misurato e sostanzialmente più equivoco, riaffermandone (ma rimandandone ancora una volta) il perseguimento.

Parlare di uscite “più flessibili” verso il pensionamento, di “riduzione o congelamento” degli “adeguamenti automatici dei requisiti pensionistici alla speranza di vita” significa infatti usare parole diverse per esprimere esattamente gli stessi concetti della mozione di Pd, M5s e Avs.

Se è noto che in questi anni è esistito un ampio schieramento bipartisan di nemici della riforma Fornero, nessuno di questi giunti al Governo ha fatto una vera controriforma, limitandosi a parziali, anche se costosissime, manomissioni temporanee, in primo luogo sul lato dei prepensionamenti.

La ragione è del tutto comprensibile. In un sistema mutualistico come quello italiano, che si regge sull’equilibrio demografico della popolazione, cioè sull’equilibrio tra i contributi versati dai lavoratori e i redditi percepiti dai pensionati, non esiste oggi alcuna alternativa a quella di progressivi aggiustamenti al ribasso della spesa previdenziale, sempre che si voglia scongiurare il default.

In questo quadro è evidente che la previdenza pubblica e solidaristica non dovrà assorbire per via contributiva una parte troppo elevata del reddito dei lavoratori, proprio perché non potrà in futuro assicurare le pensioni di ieri e di oggi e perché, come i più giovani stanno imparando a proprie spese, i contribuenti dovranno, a differenza dei padri e dei nonni, destinare una quota del proprio risparmio a finalità previdenziali, per assicurarsi una serena vecchiaia.

In Italia già oggi i contributi obbligatori sono i più alti dell’area Ocse (33%) e così la spesa previdenziale sul Pil (16,1%), alla pari di quella della Grecia e, per quanto recentemente l’incremento della base occupazionale (concentrata soprattutto nelle fasce di età più alte) abbia dato sollievo ai conti dell’Inps, non esiste alcun margine per interventi correttivi che vadano nel senso opposto a quello della riforma Fornero, anche perché le risorse drenate dal sistema previdenziale continuano a pesare negativamente su altri capitoli del welfare.

La spesa pensionistica assorbe il 59,1% della spesa sociale complessiva, a fronte del 46,7% per cento della media dell’Unione europea. Il risultato è che la fetta di altri capitoli è molto ridotta: al 22,1% per la salute, al 5,5% per la disabilità e al 5,6% per la famiglia, contro una media Ue rispettivamente del 29,6%, 7,1% e 8,7%.

Perché allora gli anticipi pensionistici rimangono il sogno segreto bipartisan della politica italiana? La risposta è, ahimè, anch’essa di natura demografica. L’elettore mediano in Italia ha tra i 52 e i 53 anni, un’età a cui i suoi genitori erano già andati o stavano per andare in pensione. È naturale che esprima una domanda concentrata su benefici pensionistici immediati, molto più forte e influente di quella che esprimerebbe un elettorato anagraficamente più interessato a istanze di equità intergenerazionale.

Ma questa domanda, che una classe politica parassitaria tende a sfruttare, ben sapendo di non poterla soddisfare, è tanto dipendente dalla struttura demografica della popolazione, quanto incompatibile con essa. Il populismo previdenziale, come tutti i populismi, è fatto di desideri frustrati e di alienazioni politiche sempre più distanti dal canone della razionalità logica e della sostenibilità economica. (Public Policy)

@CarmeloPalma

*l’autore è responsabile dell’Ufficio legislativo di Azione al Senato