L’addio di Gualmini al Pd potrebbe non essere un caso isolato

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ROMA (Public Policy) – Non è ancora chiaro se l’addio dell’europarlamentare Elisabetta Gualmini al Pd (e il conseguente ingresso in Azione) sia vissuto, dalla dirigenza schleiniana, con sollievo oppure con preoccupazione in vista di possibili nuovi addii.

Nel secondo caso, le parole dell’ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna dovrebbero sortire qualche effetto. “Schlein ha fatto un capolavoro”, ha detto Gualmini salutando il partito: “Si è presa tutto il partito e oggi ha una maggioranza del 92% in un partito che ha cambiato natura tanto che oggi lo spazio di agibilità politica per chi ha una visione più moderata e di governo, con una forte caratura in politica estera, si è molto ridotto”.

Nelle ultime settimane Schlein ha rivendicato che la linea del Pd è una, che non possono essercene altre, anche se ha specificato che il partito che dirige è plurale e aperto a tutti. Non sono, in realtà, parole molto diverse da quelle pronunciate dai suoi predecessori. Persino Matteo Renzi, considerato l’emblema del centralismo democratico di questo secolo, ha interpretato il ruolo di leader del Pd in questo modo.

La linea era la sua, l’organizzazione era la sua, l’opposizione era parte del gioco fisiologico di un partito democratico. E chi non condivideva la linea del Pd poteva tranquillamente andarsene. E così è successo proprio con Schlein, che ruppe con Renzi e se ne andò. Anni dopo è tornata come segretaria, vincendo delle primarie aperte agli elettori, compresi quelli di sinistra che non hanno mai votato Pd e che anzi vedevano nel Pd un avversario.

Quell’elettorato ha trovato una consistente rappresentanza nella composizione della segreteria nazionale del Pd, visto che Schlein ha accuratamente scelto, tre anni fa, personale politico che non faceva parte del partito che oggi dirige. Non aver fatto parte del Pd sembra quasi un criterio di scelta per la costruzione del gruppo ristretto che lavora con Schlein.

Le elezioni politiche sono sempre più vicine e per Schlein rappresenterebbero la possibilità di completare l’opera, costruendo non solo un partito a sua immagine a somiglianza, ma anche liste parlamentari schleinianamente compatibili. Per questo l’addio di Gualmini potrebbe non essere un caso isolato. (Public Policy)

@davidallegranti