di Carmelo Palma*
ROMA (Public Policy) – L’enfasi con cui il ministro Carlo Nordio, nella relazione annuale sull’amministrazione della giustizia resa alle Camere, ha salutato i successi dell’Esecutivo rispetto agli obiettivi del Pnrr è per alcuni versi eccessiva e per altri infondata.
Infatti, come vedremo, la “puntualità” nell’utilizzo delle risorse messe a disposizione dell’Ue è ben lontana dall’avere assicurato il conseguimento del primo obiettivo prefissato – quello della riduzione nel 2026 del 40% dei tempi dei processi civili rispetto ai valori del 2019 – e garantirà il conseguimento del secondo – la riduzione dell’arretrato civile – solo perché nel frattempo l’obiettivo è stato, d’intesa con l’Ue, fortemente ridimensionato. Altrettanto malriposto sembra l’ottimismo del ministro rispetto allo stato della giustizia italiana, e in particolare di quella penale, sia sul fronte delle garanzie che su quello dell’utilità delle fattispecie incriminatrici prodotte a getto continuo dal legislatore, in questa, come e più che nelle precedenti legislature, in sostanziale controtendenza rispetto all’ambizioso programma riformatore con cui la maggioranza si era presentata in Parlamento.
Partiamo dagli obiettivi del Pnrr. La riduzione dei tempi dei processi è calcolata con il cosiddetto disposition time, dato dal rapporto tra i procedimenti pendenti e quelli definiti a fine anno, moltiplicato per 365. Questo indice rappresenta la durata media, in giorni, per la definizione di un procedimento.
L’obiettivo è stato raggiunto e superato in campo penale (doveva arrivare a giugno 2026 a meno 25%; secondo i dati ufficiali era a metà 2025 già a meno 38%), ma rimane lontanissimo in quello civile, che era fermo a metà 2025 a complessivi 1814 giorni, meno 28% rispetto al livello del 2019, e dovrebbe accelerare di molto per arrivare a meno 40% tra cinque mesi, alla scadenza del Pnrr.
Peraltro se pure l’obiettivo sulla giustizia civile fosse conseguito, rimarrebbe un “minimo sindacale” significativamente superiore al benchmark dei principali Stati europei. Lo stesso deve dirsi della giustizia penale, dove, malgrado i progressi e il superamento degli obiettivi concordati in sede di Pnrr, i tempi per la conclusione di un procedimento a metà del 2025 erano di 867 giorni, circa due volte e mezza la media europea.
Rispetto all’obiettivo relativo all’arretrato giudiziario, il traguardo inizialmente concordato era la riduzione entro il 2024 del 65% del numero di cause pendenti da oltre 3 anni presso i Tribunali ordinari civili e del 55% del numero di cause pendenti da oltre 2 anni presso le Corti d’Appello civili nel 2019, nonché, entro il 2026, la riduzione del 90% dell’arretrato presente al 31 dicembre 2019. Poiché il Governo si è quasi immediatamente accorto che avrebbe fallito l’obiettivo, ha rinegoziato con la Commissione Ue condizioni che tenessero conto solo dello smaltimento dell’arretrato maturato entro determinate date, ma non dell’indicatore, per così dire, dinamico del nuovo arretrato via via maturato, quando anche i nuovi processi avessero superato una certa durata. Così oggi il Governo può dire di avere raggiunto l’obiettivo, ma non può onestamente sostenere di avere sensibilmente ridotto, come sarebbe stato utile, l’arretrato giudiziario.
Nordio ha inoltre detto che entro il 2026 si risolveranno tutti i problemi di organico del sistema giudiziario. Anche questa sembra una stima molto ottimistica, visto che nel Rule of Law Report 2025 – Country chapter Italy la Commissione Ue riportava che all’inizio del 2025 il numero dei magistrati era del 17% inferiore a quello previsto e le unità di personale amministrativo del 37%. Fuori dalle riforme concordate in sede di Pnrr l’attività del Governo sui temi della giustizia ha solo parzialmente adempiuto ad alcuni impegni garantisti. Tra i principali: l’interrogatorio precedente all’emanazione di una misura cautelare e il gip in composizione collegiale per disporre la custodia in carcere.
Per il resto ha proseguito sulla linea del più tradizionale populismo penale (che ha emuli anche a sinistra, con diversi bersagli), con la superfetazione di nuovi reati, aggravanti e aumenti dei limiti edittali di pena, che si contano a molte decine dall’inizio della legislatura e di cui forse neppure a via Arenula conoscono il numero preciso.
Rispondere con la legislazione penale ai problemi di sicurezza non è solo tecnicamente improprio, ma è politicamente ingannevole, perché il legislatore sa perfettamente che, proprio per i reati che suscitano maggiore allarme sociale (quelli più diffusi e in cui è più bassa la probabilità di essere puniti), la funzione di prevenzione della pena è sostanzialmente irrilevante, ed è assai più significativa quella legata al controllo del territorio e all’efficienza degli apparati repressivi, il cui potenziamento è però più complicato e costoso di un maquillage demagogico della legislazione penale. Ad esempio, i furti (con destrezza, con strappo, in abitazione, in esercizi commerciali, di autoveicoli…) sono stati nel 2024 oltre un milione, pari al 44% dei reati denunciati in Italia. Eppure i furti, pur essendo i più frequenti, sono come tutti sanno tra i reati meno puniti: la stessa azione penale è esercitata, al di là della condanna, per una quota di casi che a seconda della tipologia di furto e degli anni varia dal 5 al 10%.
Prevedere un’aggravante per i furti compiuti nei pressi delle stazioni, come il Governo ha fatto in uno dei tanti provvedimenti sulla sicurezza, non serve a niente, se non aumenta la sorveglianza nelle stazioni e non le si bonifica da fenomeni di devianza.
Gli altri macroscopici buchi del programma garantista del Nordio pre-ministeriale riguardano il carcere e la custodia cautelare. Sul primo punto sta facendo esattamente il contrario di quello che sosteneva fino al giorno prima di entrare in via Arenula, sul secondo continua a rinviare l’appuntamento con una riforma che non manca mai di definire essenziale, ma che a questo punto è in evidente contraddizione con la linea della legislazione penale perseguita dal Governo.
Quasi un detenuto su quattro è in galera senza essere stato definitivamente condannato, e più di uno su sette è in attesa della sentenza di primo grado. Ma chi lo dice agli elettori abituati alla retorica del “buttare la chiave” preventivo che questa cosa non è civilmente sostenibile?
Sullo sfondo rimane certo il tema della separazione delle carriere dei magistrati e del referendum che tra due mesi andrà al voto e su cui la maggioranza ha dimostrato un’unità e una coerenza rispetto agli impegni indiscutibile e in cui l’opposizione si è divisa e lacerata tra mille contraddizioni e ipocrisie. Però, comunque finisca il referendum – che il processo accusatorio trovi o no finalmente completamento nell’ordinamento giudiziario – c’è da dubitare che cambi davvero qualcosa nello stato della giustizia italiana, da parecchi decenni vittima di una sorta di guerra civile fredda tra poteri dello stato, tra rivendicazioni di supremazia o di immunità rispetto alle quali pochissimi, sia dal lato politico che giudiziario, possono dirsi innocenti. (Public Policy)
@CarmeloPalma
*l’autore è responsabile dell’Ufficio legislativo di Azione al Senato





