Il miraggio della credibilità in politica

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di Pietro Monsurrò

ROMA (Public Policy) – Una politica è credibile quando, se lo Stato afferma di seguire una regola, tutti ci credono. Manca invece di credibilità quando tutti ritengono che la regola verrà violata, e il governo agirà discrezionalmente. La mancanza di credibilità è pervasiva e crea problemi: inflazione, crisi economiche, disoccupazione di massa, immigrazione incontrollata.

L’idea di credibilità fu formalizzata negli anni ’70 per spiegare l’inflazione unita alla stagnazione economica. Il Governo prometteva bassa inflazione, ma i sindacati non ci credevano e spingevano per salari più alti. Ciò riduceva la competitività dell’economia, e per recuperarla i Governi inflazionavano.  La promessa di stabilità dei prezzi non era credibile, e al primo tentativo di forzare la mano al Governo, quest’ultimo cedeva.

Il problema è onnipresente. Se un Paese opta per i cambi fissi, ma non è credibile, si ha spesso un afflusso di capitali dall’estero, attirati dall’apparente stabilità valutaria, che però non sarà sostenibile, e sarà seguito da un successivo arresto dei flussi e fuga di capitali, come durante la crisi delle “tigri asiatiche” negli anni ’90. Idem per la recente crisi finanziaria: le banche centrali e i governi salvano le banche ogni volta che temono una crisi. Oltre un certo livello di fragilità finanziaria però i Governi non possono permettersi di essere credibili: troppo debito in circolazione, troppi cattivi investimenti. La finanza sa che i profitti sono privati e le perdite pubbliche, e quindi assume rischi in eccesso, cartolarizza subprime, compra junk bonds, fa leva finanziaria. Quando arriva la crisi i governi salvano tutti, confermando le aspettative che hanno creato la fragilità finanziaria. Il risultato è un sistema finanziario debole, indebitato, bisognoso di sussidi, garanzie, protezioni.

In Europa si è aggiunto il problema di credibilità dell’eurozona: sulla carta il rischio sovrano dei paesi membri rimaneva sovrano e i bail-out erano illegali, ma nessuno ha mai creduto che non ci sarebbero stati. Gli spread si annullarono per un decennio, causando un afflusso di capitali verso la periferia dell’eurozona. Quando la bolla speculativa prodotta dall’euro esplose, ci fu arresto dei flussi e fuga dei capitali, con enormi costi economici e sociali per le economie coinvolte.

Una logica simile si ha per lo stato sociale: se si promette protezione sociale, assistenza sanitaria, pensionamenti anticipati, posto di lavoro protetto, sussidi di disoccupazione, posti nella Pubblica amministrazione, e altre politiche sulla carta giustificate da considerazioni di solidarietà sociale, si eliminano gli incentivi a lavorare, ad aumentare la propria produttività, a investire sul proprio capitale umano. La protezione sociale per poche persone socialmente svantaggiate aumenta il numero di persone socialmente vulnerabili perché improduttive. Dato che qualunque promessa di condizionalità nei sussidi non è credibile, alla lunga il numero delle persone da mantenere può diventare insostenibile.

C’è poi il problema del debito pubblico: il Governo può ritenere che la stabilità finanziaria sia importante, ma alla prima occasione – una recessione o una nuova tornata elettorale – farà deficit per finanziare politiche clientelari e assistenziali, e acquisire consensi. Dunque il debito pubblico sarà sempre più alto di quanto sia razionalmente giustificabile, e costituirà un freno alla crescita.

L’ultimo esempio di mancanza di credibilità è stata l’immigrazione durante i governi Letta, Renzi e Gentiloni: si è diffusa l’idea che basti fare domanda di asilo per essere considerati ipso facto rifugiati, e che basti mettersi in pericolo in mare per essere traghettati in Europa. Il risultato è che centinaia di migliaia di persone si sono messe in moto in base a questi sotterfugi legali. Nessuna persona ragionevole spenderebbe migliaia di euro per giungere in Europa, mettendo la propria vita nelle mani di organizzazioni criminali prive di scrupoli e di condizioni ambientali difficili, per poi essere riportato indietro: se le politiche per l’immigrazione fossero credibili, i numeri dell’immigrazione per vie illegali sarebbero una frazione di quelli attuali.

La credibilità è una caratteristica auspicabile delle scelte politiche, ma per varie ragioni è praticamente impossibile avere politiche credibili: i governi preferiscono la discrezione alle regole, il breve termine al lungo termine, le eccezioni ai principi. Così facendo, affrontano problemi di breve termine – senza risolverli, di norma – e creano problemi più gravi nel lungo termine. Gran parte delle politiche è un correre dietro i problemi causati dalle politiche precedenti, causando ulteriori problemi: un cane che si morde la coda, e che finisce con politici e funzionari che chiedono “più poteri” e “più budget” anziché essere puniti per la propria incompetenza. Ed è difficile non commettere errori, quando si viene premiati per farne. (Public Policy)

@pietrom79