Miti politici e realtà economiche dei fenomeni migratori

0

di Pietro Monsurrò

ROMA (Public Policy) – A partire dalla guerra in Libia e fino al cambiamento di policy durante il precedente Governo, sono sbarcate in Italia centinaia di migliaia di persone. È diffusa la credenza che questi migranti siano rifugiati, e che questi flussi non siano controllabili per via della pressione demografica asiatica e africana. Entrambe le idee sono infondate: le richieste di asilo sono quasi tutte cassate, e la maggioranza dei migranti viene dunque per lavoro, e il numero di sbarchi degli ultimi anni non è la conseguenza di differenze di reddito e di crescita demografica, ma il risultato di politiche che hanno incentivato l’immigrazione.

Secondo il ministero dell’Interno [1], nel 2017 sbarcarono in Italia quasi 120,000 persone. Nel 2018 solo 23,000. Nel 2019, al 30 giugno (in sei mesi), 2,700. È chiaro che l’idea dell’inarrestabilità dei flussi sia infondata: è possibile ridurli di due o tre ordini di grandezza cambiando le politiche. Vedremo che ciò sarebbe possibile anche salvaguardando i diritti dei (pochi) rifugiati, ed evitando di lasciare migliaia di persone prigioniere in Libia in attesa di poter emigrare in Europa: si sarebbero potute evitare tragedie con politiche più credibili.

I richiedenti asilo di norma non sono rifugiati. Secondo il ministero dell’Interno [2, 3, 4, 5], nel 2014 ci furono 63,000 richieste di asilo, di cui rifiutate il 39%, accettate con protezione umanitaria il 28%, con protezione sussidiaria il 23%, mentre i rifugiati veri e propri erano il 10%. A seconda della definizione, dunque, i rifugiati veri erano il 10, 33 o 61% del totale. Dei richiedenti, 59,000 erano uomini, e pochissimi i minori, cosa che dovrebbe far pensare ad un’immigrazione principalmente economica. Nel 2015 ci fu un aumento del numero di richieste di asilo e del numero dei minori, con 84,000 domande (74,000 uomini), di cui il 5% erano rifugiati, il 14% con protezione sussidiaria, il 22% quella umanitaria, mentre il 58% delle domande è stata rifiutata. I dati del 2016 sono pressoché sovrapponibili, con un aumento delle domande (124,000, di cui 105,000 uomini), con gli stessi esiti percentuali. All’apice della crisi, nel 2017, ci furono 130,000 domande (109,000 uomini), di cui l’8% di rifugiati, l’8% con protezione sussidiaria, il 25% con protezione umanitaria, il 58% negate. Dopodiché, nel 2018, c’è stato un crollo delle domande e delle accettazioni: 54,000 domande (42,000 uomini), con 7% di rifugiati, 5% con protezione sussidiaria, 21% con protezione umanitaria, e 67% di domande negate.

I dati non dicono chi dei richiedenti asilo è venuto tramite gli scafisti, ma mostrano che sembra esserci un abuso delle richieste di asilo per perpetuare la permanenza in Italia (e in Europa). I dati non dicono quale sia il livello di capitale umano dei migranti: non si sa se hanno lasciato gli studi prima della licenza elementare o dopo un dottorato in fisica quantistica. Dati i paesi di provenienza e i mezzi usati per arrivare in Europa, è probabile che si tratti di persone a basso livello di istruzione e qualifiche professionali, con la probabile eccezione di quelli provenienti dai paesi più sviluppati e con seri problemi interni (come la Siria).

I paesi da cui provengono le richieste di asilo non sono di norma poveri: quasi nessun richiedente proviene dalla Repubblica democratica del Congo, probabilmente perché è difficile pagare i trafficanti con due o tre anni di reddito. Questo fa pensare che sarà proprio lo sviluppo economico dell’Africa ad aumentare la pressione migratoria: non la povertà, ma la ricchezza, induce a emigrare.

Non è possibile giustificare gli sbarchi con la protezione dei diritti dei rifugiati: gran parte dei richiedenti asilo non lo è. Se inoltre si premia con la permanenza in Europa chi decide di mettersi in viaggio in paesi pericolosi (come la Libia) o su mezzi pericolosi (come i barconi), ci saranno più persone che ci provano, e quindi più morti nel tentativo. La credibilità è fondamentale, e a riguardo il presidente uscente della Commissione europea Jean Claude Juncker [7] è stato il primo, se non l’unico, a sottolineare l’importanza dei rimpatri per interrompere il circolo vizioso: nessuna persona ragionevole spenderebbe migliaia di euro, e rischierebbe la vita, per essere riportato subito indietro.

Ciò col tempo consentirebbe di azzerare gli sbarchi “opportunistici”: sarebbe possibile evitare che i migranti rimangano prigionieri in Libia (perché non partirebbero), che rifugiati veri non vengano aiutati (perché si rimpatrierebbe chi non ha diritto d’asilo), e che persone debilitate dal viaggio non abbiano assistenza medica. I costi sarebbero di breve termine, perché una volta acquisita credibilità nessuno partirebbe più.

Confutati i due principali miti pro-immigrazione, rimane un ultimo argomento da approfondire: l’immigrazione è sempre benefica per l’economia? Una politica di porte aperte senza limitazioni sarebbe positiva per la società? Con le storie su rifugiati e naufraghi non si va da nessuna parte: gli argomenti sono deboli, e intellettualmente non più credibili di quelli dell’attuale governo. Il fatto che nessun paese europeo sembri volere i nostri migranti non dimostra molto: anche se è più probabile fare storie per un immigrato improduttivo che per un neurochirurgo, a volte i governi non sono razionali economicamente.

Cominciamo con un ragionamento ovvio: che in media l’immigrazione sia benefica non significa che tutta l’immigrazione sia benefica. In media gli italiani producono Pil, ma ciò non significa che un disoccupato, un pensionato o un NEET producano Pil solo perché italiani. Uno spacciatore di droga dà un contributo negativo al Pil, così come anche un disoccupato alcolizzato che finisce in ospedale per cirrosi. Ogni persona presente sul territorio nazionale consuma risorse, utilizzando servizi pubblici e beneficiando dello stato sociale: occupa spazio sui treni, allunga le file al pronto soccorso. Questi costi implicano un aumento della spesa pubblica una riduzione della qualità del servizio, e vengono pagati dalle tasse: chi lavora finanzia chi non lavora, che comunque beneficia dei servizi pubblici. Questo vale per tutti, dunque se dividessimo gli immigrati per contributo netto al Pil, avremo quelli produttivi e quelli improduttivi. I criminali sono molto dannosi, ma anche i disoccupati e i sottoccupati che producono meno di quanto consumano impoveriscono il paese. Su 5 milioni di residenti in Italia in stato di povertà assoluta, 1.6 milioni sono stranieri [7]: ciò fa pensare che gli immigrati con contributo netto negativo all’economia non siano poche decine di migliaia.

Non è del resto vero che in Italia ci sia carenza di lavoratori: decine di migliaia, spesso laureati, fuggono dall’Italia ogni anno, e un numero ragguardevole di giovani, spesso con bassa istruzione, non lavora né studia (i cosiddetti NEET). Tutto fa pensare che ci sia un eccesso strutturale di offerta di lavoro rispetto alla domanda di lavoro, e cioè che i già bassi stipendi italiani siano eccessivi rispetto a quelli necessari ad equilibrare domanda e offerta. Di certo il problema non si risolve facendo arrivare nuovi lavoratori con basse qualifiche professionali. I calcoli dell’Inps, con orizzonte temporale a 22 anni [8] (quando molti immigrati saranno ancora a lavoro) lasciano il tempo che trovano, non solo perché sono dati aggregati e considerano solo la media: gli stranieri con contributi bassi e occasionali, che lavorano soprattutto in nero, alla fine otterranno una pensione sociale di cui avranno coperto solo una frazione del costo, e questo costo nel lungo termine sarà significativo.

Uno studio [9] che riporta l’effetto dell’immigrazione in Uk sulla distribuzione dei redditi mostra che l’effetto medio sia positivo, ma che sia negativo per il 20% circa della popolazione più povera: il rischio di passare da una persona a carico dello stato sociale a due c’è. Si crea una frattura politica con le fasce più deboli della popolazione, senza però beneficiare l’economia. Lo studio infatti mostra effetti medi positivi per l’economia, ma considera un caso (la Gran Bretagna) in cui il livello di istruzione della popolazione immigrata è alto: non è il caso dell’Italia, e probabilmente non è il caso degli immigrati che sono arrivati negli ultimi anni.

Se in media l’immigrazione ha un effetto positivo sull’economia, perché consente una distribuzione dei fattori di produzione più efficiente attraverso una riallocazione della forza-lavoro, ciò non è vero per tutti gli immigrati: un criterio potrebbe essere accettare solo chi è autosufficiente economicamente e produce abbastanza entrate fiscali da finanziare i servizi pubblici che consuma. Il rischio che l’impoverimento delle fasce deboli della popolazione, l’aumento del costo dei servizi pubblici e sociali, e la loro riduzione in qualità per sovraffollamento superino i benefici dell’immigrazione di qualità più bassa è reale. C’è una soglia di produttività sopra la quale un nuovo immigrato aumenta la ricchezza nazionale, e sotto la quale l’immigrazione è un costo.

Mentre le idee che i flussi migratori siano inarrestabili e che riguardino soprattutto rifugiati in fuga da guerre, epidemie e carestie sono infondate, l’idea che l’immigrazione in genere sia economicamente benefica è corretta, ma ciò non implica che rimuovere le frontiere arricchisca il paese: anche economicamente, importare miseria non produce ricchezza. E tutto questo senza considerare gli altrettanto importanti problemi politici e sociali che un’immigrazione su vasta scala comporterebbe, ma che non possono essere facilmente quantificati, e che sono stati volontariamente trascurati: non è detto che non siano i fattori più importanti.

Non possiamo aspettarci aiuto dagli altri paesi europei: non essendo gran parte dei nostri immigrati rifugiati, gli altri paesi Ue non hanno alcun dovere nei loro confronti, e probabilmente molti non hanno un livello di istruzione sufficiente a diventare membri produttivi della società, dunque non conviene neanche accettarli per motivi economici. Ciò che può fare l’Europa, come suggerito anni fa da Juncker [10], è spingere per eliminare il traffico di esseri umani nei casi che non c’entrano nulla con i diritti dei rifugiati, attraverso una rigorosa politica di rimpatri che scoraggi l’abuso delle richieste d’asilo e dell’obbligo di soccorso in mare come strumenti per facilitare l’immigrazione economica. E l’unico incentivo per farsi aiutare è il rischio che centinaia di migliaia, e in prospettiva milioni, di immigrati improduttivi finisca a carico, tramite Schengen, degli altri paesi membri. (Public Policy)

@pietrom79

[1] http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/cruscotto_statistico_giornaliero_30-06-2019.pdf

[2] http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/riepilogo_dati_2014_2015.pdf

[3] http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/riepilogo_dati_2015_2016_0.pdf

[4] http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/dati_asilo_2017_.pdf

[5] http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/riepilogo_anno_2018.pdf

[6] http://europa.eu/rapid/press-release_SPEECH-17-3165_en.htm

[7] https://www.repubblica.it/economia/2018/06/26/news/oltre_5_milioni_di_italiani_in_poverta_assoluta_record_dal_2005-200070179/

[8] https://www.repubblica.it/economia/2017/07/20/news/boeri_dai_migranti_un_punto_di_pil_in_contributi_-171212159/

[9] https://www.ucl.ac.uk/~uctpb21/Cpapers/Review%20of%20Economic%20Studies-2013-Dustmann-145-73.pdf

[10] http://europa.eu/rapid/press-release_SPEECH-17-3165_en.htm