I problemi (anche social) del reddito di cittadinanza

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reddito di cittadinanza

di Pietro Monsurrò

ROMA (Public Policy) – Chi percepirà il reddito di cittadinanza lavorando in nero rischierà fino a sei anni di carcere, con una pena teorica più lunga di quelle effettivamente comminate per reati ben più gravi. È tipico dell’isteria legislativa italiana che le pene paventate siano inversamente proporzionali alla loro credibilità, ma il problema c’è: un reddito condizionale, come il reddito di cittadinanza attuale, è facile da abusare.

Un vero reddito di cittadinanza, a giudicare dal nome, dovrebbe essere una misura incondizionata, fornita a qualunque cittadino sulla base della sua mera esistenza. Questo ideale è irrealistico: se il reddito di cittadinanza fosse una frazione non trascurabile del reddito da lavoro, molti preferirebbero non lavorare e percepire comunque il reddito, essendo irrazionale lavorare 40 ore a settimana per prendere quanto chi non lavora. Per essere credibile, il reddito di cittadinanza “incondizionato” dovrebbe avere un importo trascurabile: con un reddito tipico da lavoro che in molti casi è sotto i mille euro, è difficile immaginare che possa superare i 300… In un Paese a bassa produttività come l’Italia i margini sono dunque limitati.

Si giunge quindi al problema di come limitare l’accesso al reddito di cittadinanza: condizionarlo all’assenza di altri redditi, condizionarlo alla proprietà di immobili o attività finanziarie, condizionarlo alla ricerca di lavoro o alla partecipazione a corsi di formazione professionale. Tutto possibile, salvo che il reddito è facilmente occultabile, la ricchezza può essere trasferita ad un parente, l’offerta di lavoro è in alcune zone inesistente, e i corsi di formazione non è detto che servano a qualcosa.

C’è poi un’altra possibile strategia: condizionarlo ad un iter burocratico complicato. Chiunque abbia visitato il sito dell’Inps si è accorto che la pagina è organizzata come un magazzino in uno scantinato alluvionato, con pulsanti sparsi a caso, liste interminabili di servizi dai nomi improbabili, richieste di password per generare password che generano password. Eppure, le richieste ai funzionari Inps che hanno dato di matto sui social si riferivano a procedure relativamente ovvie di autenticazione, e l’autenticazione è alla base della sicurezza informatica, e non è possibile farne a meno. I destinatari del reddito di cittadinanza sono però le persone a più basso reddito, che spesso hanno anche un basso livello di istruzione: se richiedere un Pin può far arrabbiare un laureato, può diventare un ostacolo insormontabile per chi ha abbandonato la scuola dopo le medie, magari prima che si diffondessero i pc.

Poi c’erano quelli che dichiaravano in pubblico di avere un lavoro in nero: se del resto non esistono alternative, e tutti lo fanno, è difficile realizzare che ci sia qualcosa di sbagliato. La legalità non è certo il punto di forza dell’Italia, soprattutto nel Meridione, e l’alternativa all’illegalità è spesso la fame. Era ovvio che sarebbe finita così, come era noto che il lavoro nero sia visto come normale da molti, che spesso non hanno alternative.

Infine, si è discusso il problema che il reddito promesso (780 euro) si discosta spesso molto da quello effettivo, fino ai 40 euro che circolavano sui social giorni fa, o meno: del resto, un reddito di cittadinanza sufficientemente alto da essere socialmente utile sarebbe troppo costoso, e un reddito di cittadinanza economicamente sostenibile rischia di erogare importi risibili e di escludere soprattutto le fasce sociali più basse tramite peripezie burocratiche (relativamente) astruse.

Il problema è sempre lo stesso: la ricchezza si può distribuire solo dopo che è stata creata, e la creazione di ricchezza passa per innovazione, investimenti, studio, infrastrutture, esperienza professionale, efficienza regolativa, stabilità finanziaria, e tutto ciò che gli italiani non vogliono e i politici si guardano bene dal promettere. L’unica strada per un’Italia più equa e sicura è un’Italia più dinamica ed efficiente. Sfogare il proprio stress sul tizio spaventato dalle procedure di autenticazione digitale, o incapace di capire l’illegalità del lavoro nero, non serve a nulla. (Public Policy)

@pietrom79