Le quattro trasformazioni post Europee: dal Governo all”altra maggioranza’

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Le elezioni europee hanno consegnato un quadro politico rimodulato rispetto alle aspettative della vigilia. La sempre maggiore volatilità dell’elettorato ha ancora una volta inciso considerevolmente negli equilibri sia delle forze politiche di governo che di opposizione. Sono quattro le maggiori trasformazioni imposte dai risultati delle europee al sistema politico italiano:

La vertiginosa crescita della Lega. Il partito di Matteo Salvini ha ottenuto oltre il 34% dei consensi ribaltando l’equilibrio all’interno del governo. La Lega ha completato definitivamente la sua trasformazione in partito nazionale ed è diventata la formazione più interclassista della politica italiana capace di convincere ceti bassi, medi e alti. Inoltre, la combinazione tra la promessa di riduzione del peso fiscale e una maggiore sicurezza sul piano dell’ordine pubblico e dell’immigrazione hanno pagato a livello elettorale. Le polemiche intorno a Matteo Salvini hanno garantito al leader e alla sua agenda una centralità mediatica che ha avuto un impatto positivo. L’avanzata leghista ha anche dimostrato che, in un Paese in cui l’85% della popolazione vive in città medio-piccole, è fondamentale la conquista dei consensi nella provincia italiana.

Il declino del Movimento 5 stelle. Tradizionalmente il Movimento 5 stelle tende ad andare meno bene nelle altre elezioni rispetto alle politiche. Questa regola è stata confermata anche dalle ultime europee che però hanno evidenziato una perdita di voti di gran lunga superiore alle aspettative. La crisi del Movimento è grave poiché la più grande forza parlamentare oggi vale quasi la metà in termini percentuali rispetto alle politiche del 2018. Il Movimento non è riuscito a mobilitare i suoi elettori nel meridione, dove l’astensione è stata alta, ed ha perso voti nel centro-nord. Inoltre, la riconferma di Luigi Di Maio, sia da parte di Grillo e Casaleggio che dal voto sulla piattaforma Rousseau, rischia di irrigidire e personalizzare ulteriormente la dialettica interna al Movimento. Nelle prime settimane il rinnovato mandato di Di Maio potrà silenziare le voci critiche all’interno del partito che però saranno destinate a manifestarsi con maggior consistenza tra qualche mese, magari subito dopo la legge di bilancio. Sul piano delle policy è evidente che il reddito di cittadinanza non è stato apprezzato pienamente dagli elettori sia a causa del depotenziamento del provvedimento, che non ha sussidiato per 780 euro ciascun disoccupato come promesso in campagna elettorale, sia a causa delle complicazioni burocratiche stabilite a livello legislativo. Inoltre i flussi indicano uno spostamento, in particolare di autonomi e piccoli imprenditori, dal Movimento 5 stelle alla Lega. C’è da registrare anche la fine della propulsione anti-politica dei pentastellati che, dopo essere andati al governo, hanno perso il loro principale cavallo di battaglia. Da ultimo l’idea di spostarsi a sinistra nelle ultime settimane di campagna elettorale sia attaccando Salvini sull’immigrazione che attraverso la promessa di maggiori tutele sociali non ha convinto un elettorato formato per lo più da giovani, disoccupati e partite Iva che hanno votato per il partner di governo.

La tenuta complessiva del Governo e l’opposizione. Seppure con una affluenza bassa (56%) rispetto alle elezioni politiche le due forze di governo rappresentano ancora oltre il 51% dell’elettorato. La somma dei due partiti è superiore a quella che si otteneva quando sono andati al governo. Ciò significa che gran parte dell’elettorato si è mosso all’interno dell’area governativa oppure verso l’astensione. Un segnale per l’opposizione che non è realmente riuscita ad erodere il consenso complessivo della coalizione di governo. Ciò vale soprattutto per il Partito democratico che è riuscito a far crescere la propria percentuale pur perdendo complessivamente centomila voti rispetto al marzo 2018. Zingaretti è riuscito a mobilitare quasi interamente l’elettorato “leale” al Pd, ma senza riuscire ad avere consistenti flussi in entrata dal Movimento 5 stelle. I democratici hanno consolidato la loro opposizione senza espandere il proprio elettorato e questo è un dato di cui tener conto per valutare gli scenari futuri. Il ritorno ad un bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra dunque non è ancora scontato.

L’altra maggioranza. Tutte le mappe elettorali indicano l’esistenza di una maggioranza alternativa al governo giallo-verde composta da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Proprio nel centrodestra si è riscontrata una delle sorprese di questa tornata elettorale. Fratelli d’Italia è cresciuta fino al 6,5% e Forza Italia, pur avendo perso oltre due milioni di voti, non è stata del tutto prosciugata dalla Lega come alcuni analisti pensavano. Con i risultati delle europee, nel caso di elezioni politiche anticipate, il centrodestra conquisterebbe agevolmente la maggioranza assoluta. Questo scenario ha aumentato la pressione degli alleati su Salvini affinché rompa l’alleanza con il Movimento per andare ad elezioni. Tuttavia, in questo scenario è improbabile una rottura immediata del governo per almeno tre motivi. Il primo è temporale e consuetudinario. In Italia non si è mai votato in settembre e, inoltre, già da metà settembre il governo deve avviare le contrattazioni con Bruxelles per la nuova legge di bilancio. Una situazione aggravata e per certi versi anticipata proprio dalla lettera con richiesta di chiarimenti sul debito pubblico spedita dalla Commissione europea questa settimana. Il secondo motivo è di capitalizzazione politica. Ad oggi e per i prossimi mesi nessuno può realisticamente insediare da destra il consenso di Salvini mentre la Lega, governando con i 5 stelle, può cercare di completare l’opera di svuotamento del consenso non ideologizzato del Movimento iniziata nell’ultimo anno. In questo scenario il leader leghista ha al momento solo da guadagnare, anche evitando pericolose transizioni verso il voto. Il terzo elemento è di sopravvivenza politica e riguarda il vertice del Movimento 5 stelle. Luigi Di Maio, i ministri ed i parlamentari del partito non hanno alcun interesse ad andate al voto dopo il pessimo risultato delle europee. Il vice-premier perderebbe la leadership, i ministri il posto e molti parlamentari il seggio. Temporeggiare restando al governo è l’unica strategia possibile nella speranza di trovare nuove idee per aggregare consenso o sfruttare inaspettate difficoltà da parte di Salvini o del Partito democratico. I giochi molto probabilmente si riapriranno dopo la legge di Bilancio. Se le frizioni tra i due partiti divenissero insostenibili, i sondaggi restassero invariati per il centrodestra e dovessero vacillare gli equilibri interni al Movimento 5 stelle una crisi di governo diventerebbe non solo possibile, ma probabile. (Public Policy) 

@LorenzoCast89