La pandemia e il futuro dell’Europa

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di Enzo Papi

ROMA (Public Policy) – L’Europa, intesa come idea di unione di popoli, è parte della storia del continente che, in alcuni e rari momenti della sua avventura millenaria, ha assunto il vigore di un disegno unitario. L’Europa come la immaginiamo e come la riassume geograficamente l’Unione di oggi, trova principale riferimento nel disegno di Carlo Magno più che nella spesso richiamata, storia di Roma. Infatti, Roma fu un impero mediterraneo più che europeo, sintesi di culture che qui si affacciavano: dalla Siria dei fenici, alla Grecia, all’Africa dei faraoni e dei cartaginesi fino all’Etruria dei tirreni. Certo Carlo Magno fondava la sua legittimità sul richiamo alla civiltà di Roma cui aggiungeva quella della cristianità che, però, della civiltà romana non fu continuità, bensì rottura poiché sostituì l’intolleranza fideistica alla tolleranza razionale della Roma ellenica.

Napoleone è stato il più recente protagonista del disegno di unione europea sotto comuni valori. Infatti, l’Illuminismo e il giacobinismo di Rousseau, fusi e confusi nella rivoluzione francese, sono stati i valori che Napoleone ha preso a bandiera delle sue armate, anche se poi ha distribuito le conquiste alla propria breve dinastia, sul modello dell’Ancien Régime.

Tuttavia il tentativo di Napoleone aveva in sé un virus potente. Il contratto sociale di Rousseau affida la legittimità del principe al popolo di cui amministra la “volontà collettiva”, che costituisce il riferimento ultimo del “contratto sociale”. Ma chi è il popolo? Non può essere una comunità indefinita. Il popolo della “polis” deve necessariamente avere una sua omogeneità per esprimere una volontà sovrana. Chi sono i cittadini se non chi parla la stessa lingua e chi ha una storia, valori e miti comuni? E’ proprio dalla mitizzazione di queste radici che nascono gli altari della Patria. Da qui nascono il tricolore e “l’Allons anfant de la patrie” che s’intona nella “Marsigliese”.

L’Europa del 18° e 19° secolo ha visto riaggregarsi la mappa politica intorno a questi nuovi miti identitari, smembrando Istituzioni millenarie come l’impero asburgico, sotto il mito di antiche radici, come l’Italia, o inseguendo la gloria di valori ancestrali, della lingua e di una stirpe comune, come la Germania prussiana.

In sostanza, nel tentativo di unire l’Europa sotto la propria dinastia, Napoleone ha introdotto il virus dei nazionalismi che ha condotto ad un nuovo ordine geopolitico europeo e ai disastri delle grandi guerre per la “patria”, fino all’epilogo distruttivo della seconda guerra mondiale in cui le nazioni europee si sono annullate in nome dei loro miti nazionali.

Insomma alla fine di un lungo percorso storico, l’Europa ha finito per maturare più divisioni che condivisioni.

Davanti alle decine di milioni di morti dell’ultima guerra mondiale, alle distruzioni generalizzate di città e industrie, è nata l’idea di un‘Europa della solidarietà e del disperato bisogno di pace, ma sotto quali valori comuni, con quale legittimità costituente? L’urgenza della ricostruzione e della pace, sommata alla presenza potente e unificante degli eserciti statunitensi nell’Europa occidentale, ha fatto passare in secondo piano il bisogno di definire i valori fondanti di una nuova Comunità politica e, infatti, oggi la Comunità stenta a essere poco più di una cooperativa di interessi.

Si fa spesso riferimento al Manifesto di Ventotene, mitizzato come documento costituente della federazione europea. Tuttavia, se ci si prende la briga di leggerlo, ci si rende conto che gli estensori (Spinelli, Rossi e Colorni) pensavano all’Europa, non come un valore in se, ma come una condizione per realizzare la vittoria del socialismo, sia pure in una versione non bolscevica. Basta leggerne alcuni stralci per averne un’idea immediata e chiara: “La rivoluzione europea dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi come via per l’emancipazione delle classi lavoratrici “ e più oltre “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta caso per caso….. pensiamo ad una riforma agraria che, passando la terra a chi la coltiva, aumenti il numero dei proprietari ….. ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori con gestioni cooperative, all’azionariato operaio..”

Il manifesto di Ventotene può essere considerato un manifesto di valori europei solo a condizione che si accetti che l’Europa comune si fondi su una costituzione socialista. Il che rende, già in principio, divisiva la proposta.

In effetti, è proprio la mancanza di una “costituzione” di valori condivisi, in cui i popoli della Comunità abbiano accettato di riconoscersi, che impedisce, oggi come sessanta anni fa, che essi possano mettere in comune i loro destini. E’ proprio quest’assenza di valori costituenti che limita gli spazi del disegno europeo ai meri interessi comuni, tra i quali la pace e il benessere trovano facile e immediata condivisione, molto meno i sacrifici solidali.

I padri fondatori degli Stati Uniti hanno unito i destini degli Stati americani intorno ad una “Costituzione”, che pur non è stata di facile elaborazione e accettazione, tanto da provocare una guerra civile, ma che da 250 anni tiene insieme una Comunità che si riconosce sotto la stessa bandiera.

Non è stato così per il disegno federativo europeo. I nostri padri fondatori, hanno visto nell’Europa o uno spazio di affermazione di proposte politiche divisive, come i reclusi di Ventotene o, come gli ideatori del trattato di Roma, (De Gasperi, Schumann e Adenauer), un disegno di collaborazione e di pace che allontanasse per sempre gli olocausti richiesti dal mito nazionale. Nessuno di queste proposte ha la forza e la forma di un atto costitutivo di una federazione. Il trattato di Roma risponde all’esigenza di pace, di collaborazione e integrazione delle economie nel comune obiettivo di ricostruzione e sviluppo della ricchezza delle nazioni europee, nel rispetto dei valori democratici. Tuttavia, si può certamente dire che il disegno federalista sia stato da sempre presente, pur come premessa non citata, come obiettivo implicito da porre nella nebbia del futuro, che ha però avuto la forza di avviare pur fragili e minime forme di governo comune, come la Commissione europea, il Parlamento e la Corte di Giustizia europei.

Nel 1989 un evento inatteso è intervenuto a turbare la continuità della Comunità “economica”. Il crollo dell’Unione sovietica ha posto alla Comunità il problema della riunificazione della Germania. Un evento che turbava significativamente gli equilibri tra i Paesi della Comunità e che risvegliava gli antichi timori dell’aggressività teutonica.

La Francia di Mitterand, che dal 1870 aveva conosciuto per ben tre volte la forza delle armate tedesche, decise di accettare la riunificazione, ma solo a condizione che il processo di integrazione della Comunità facesse sostanziali passi avanti, ingabbiando la nuova grande Germania in un processo associativo da cui non potesse più minacciare le altre nazioni. Posizione che il Presidente del Consiglio italiano di allora, Andreotti, non condivideva, tanto che divenne famosa la sua frase: “Amo talmente la Germania che ne preferisco due”. Ma l’Italia stava entrando nel turbine di Tangentopoli e la politica italiana aveva ben altre preoccupazioni.

Finalmente l’accordo su come avviare un processo irreversibile d’integrazione della potenza
tedesca nel concerto europeo, fu trovato con la creazione di una moneta comune.

In tal modo, accanto all’integrazione del mercato, si avviò anche l’integrazione del mercato dei capitali. Tuttavia l’integrazione della moneta ha effetti politici ben più importanti di quella del mercato, che incide principalmente sui processi di competitività interni alle aziende. La gestione della massa monetaria è uno dei più importanti strumenti di cui il Principe dispone per la gestione della politica economica interna. Dalle manovre sulla moneta dipende Il valore del cambio, l’inflazione e il costo del denaro, che costituiscono gli strumenti principali attraverso cui si stimola o si frena l’economia e con cui, purtroppo, si può anche comprare consenso a carico delle generazioni future.

La decisione di adottare una moneta comune senza aver contemporaneamente avviato il processo federativo è alla base dei gravi problemi di stabilità attuali. L’Euro ha posto le economie dei Paesi partecipanti in una corsa competitiva comune, senza alcuna differenza tra i soggetti. In sostanza è come se avessimo iscritto le squadre del campionato della serie B o della C, tutte, a quello della serie A dove già giocava la Germania. Non ci voleva molto per capire che, senza sostanziosi rinforzi da fornire alle squadre minori, le squadre della serie A avrebbero facilmente vinto il campionato ogni anno. Ciò che differenziava i campionati era il tasso di cambio. Prima dell’Euro i mercati finanziari svalutavano il cambio dei Paesi con bassa efficienza relativa rispetto a quelli di serie A e, in tal modo, consentivano comunque alle squadre di serie B di giocare il loro campionato. Gli stessi mercati avrebbero poi certificato il passaggio delle economie, diventate efficienti, nella serie superiore, rafforzandone il cambio, o in caso contrario degradandole alla C.

L’idea di Mitterand di integrare irreversibilmente la Germania nel concerto europeo con l’avvio della moneta comune, si è infine risolta, nell’integrazione obbligatoria delle economie dei Paesi fragili in quella tedesca.

È poco realistico sperare che le economie dei Paesi meno efficienti possano ridurre il loro divario da quelle più efficienti, se non vi saranno processi di riequilibrio fiscale che dirottino investimenti in quelli deboli. E tuttavia ciò può non bastare. Infatti, vi sono nella stessa Eurozona, culture diverse che convivono e che incidono sui fattori di competitività. L’Europa della Riforma luterana e della razionalità in cui il capitalismo d’impresa assume la veste di una via per vivere la grazia di Dio e quella cattolica-marxista, per cui il capitale era e resta un peccato e l’imprenditore, un male tollerato. Queste eredità non sono soltanto curiosità storiche, sono valori che condizionano l’organizzazione della società in ogni suo aspetto, incluso il modo di vivere la responsabilità della cosa pubblica e l’organizzazione dei processi produttivi. Infine vi è l’impedimento di lingue diverse che, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, ostacola seriamente la possibilità di combattere gli effetti negativi sull’occupazione della riallocazione di processi produttivi, interni alla Comunità.

È un dato di fatto che in questi venti anni di moneta comune i Paesi che erano già i più ricchi all’inizio, sono diventati ancor più ricchi e quelli più poveri e fragili hanno faticato a stare al passo. La Germania ha accumulato crescenti avanzi della bilancia dei pagamenti, anche a danno dei partner europei, ma non ha mai avviato una politica di spesa interna che, dando più potere di acquisto ai propri cittadini, consentisse maggiore export verso di lei, proveniente dagli altri partner.

Nello stesso tempo i Paesi deboli, che avrebbero avuto difficoltà a finanziare la loro crescente spesa pubblica sul mercato, hanno potuto espandere il loro debito emesso in euro, usufruendo della credibilità e infine del sostegno della Bce, ben oltre il livello che sarebbe stato accettato se fosse stato espresso in moneta nazionale.

Così la Comunità appare oggi come un insieme di Paesi attori di un disegno incompiuto e forse impossibile, in cui chi si trova in posizione di vantaggio non ha obbligo e non intende, a ragione, condividere con altri il frutto della sua maggiore efficienza, e altri che, per loro cumulata debolezza finanziaria, non possono uscirne perché prigionieri di un debito che ha, da tempo, oltrepassato i limiti di un’autonoma affidabilità.

Insomma questa Europa incompiuta, sterilizzando i processi di riaggiustamento spontaneo dell’economia, ha in fondo favorito la deresponsabilizzazione della classe politica sia nei Paesi deboli, dove lo strumento della “spesa per avere consenso” ha potuto espandersi oltre il confine del fisiologico, ma anche nei Paesi forti dove una leadership mediocre ha ottenuto il merito di una crescita drogata da un cambio che amplifica la competitività del proprio sistema produttivo.

L’epidemia sopravvenuta in questi giorni rende drammatica questa dicotomia e il dibattito si è centrato sul dovere di solidarietà dei Paesi ricchi rispetto a quelli deboli. Tuttavia nessuno solleva la necessità di affrontare finalmente la vera premessa di questa richiesta di solidarietà: il passaggio da Comunità d’interessi a Federazione di popoli. Nei patti costituenti della Comunità non vi è la soluzione a questa crisi profonda che richiede una potente risposta solidale a una sfida che Paesi come l’Italia, difficilmente potranno superare da soli.

Neanche in questo drammatico frangente il tema dell’evoluzione federativa viene considerato maturo. Non lo pongono i Paesi ricchi che possono far da soli, e questo è comprensibile, ma neanche l’Italia, che non può far da sola, lo considera attuale. I virus sovranisti hanno ormai preso peso “popolare” e impediscono di mettere su un piano coerente la richiesta di solidarietà, ma neppure i partiti “europeisti” lo ritengono attuale perché, in fondo, temono di dover cedere gli spazi di potere che l’autonomia assicura ai professionisti della politica.

Eppure è facile comprendere che si può chiedere soccorso ai “cugini” ricchi, ma questi, di là da qualche regalo compassionevole, pretendono giustamente un impegno alla restituzione. Si può invece a ragione pretendere l’aiuto della famiglia, laddove si è deciso di mettere insieme il patrimonio di tutti.

Impossibile prevedere come si concluderà questa fase critica per tutta l’Europa. Quello che è certo è che l’Europa uscirà dalla sfida posta dalla pandemia con un chiarimento. La Comunità del 2021 ben difficilmente sarà quella che abbiamo conosciuto fin qui. (Public Policy)