Il crollo demografico non si affronta con la retorica “natalista”

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di Carmelo Palma*

ROMA (Public Policy) – Secondo gli indicatori demografici dell’Istat, l’Italia è passata dai 379 mila nati del 2023, con un tasso di natalità del 6,4 per mille (rapporto tra nascite e popolazione media), un tasso di fecondità (numero di figli per donna in età fertile) di 1,20 e un saldo naturale della popolazione (differenza tra nascite e decessi) negativo di 281 mila unità, ai 370 mila nati del 2024, con natalità al 6,3 per mille, fecondità a 1,18 e bilancio tra nati e morti ancora in rosso per 281 mila persone, fino ai 355 mila nati del 2025, quando il tasso di natalità è sceso a 6,0 per mille, la fecondità a 1,14 figli per donna e il saldo naturale è peggiorato, scendendo a meno 296 mila.

Nel 2024, ultimo anno di cui sono disponibili i dati aggiornati per tutti i Paesi europei, il tasso di fecondità italiano era sensibilmente più basso di quello medio Ue (1,18 contro 1,34 figli per donna in età fertile) e tra i più bassi degli Stati membri (peggio avevano fatto solo Malta, Spagna, Lituania e Polonia). Il 2025 presumibilmente consoliderà questo non invidiabile primato.

L’emergenza natalità, su cui la destra italiana ha insistito molto fin dall’inizio della legislatura (anche sulla scorta delle violente polemiche “nataliste” degli anni precedenti), non ha visto in questa legislatura alcun miglioramento. Al contrario i dati hanno continuato a peggiorare con un ritmo accelerato. Il tasso di fecondità è sceso dell’8% in tre anni (era di 1,24 nel 2022), mentre era sceso di poco meno dell’11% nell’intero decennio precedente (era all’1,39 nel 2013).

Malgrado si tratti di un tema con un fortissimo gradiente ideologico e la destra italiana da tempo addebiti l’inverno demografico a una sorta di complotto politico-culturale “anti-natalista”, esiste un’ampia e convergente letteratura che esclude qualunque correlazione significativa tra fecondità ed etica familiare tradizionalistica.

Non è vero che si fanno più figli nei Paesi in cui esistono legislazioni più restrittive in campo familiare e riproduttivo (in Polonia, ad esempio, se ne fanno meno che in Italia, anche se l’aborto non terapeutico è illegale e le unioni gay non sono giuridicamente riconosciute) e dove sono più diffuse o prevalenti culture cosiddette anti-relativistiche (i Paesi con la più alta percentuale di cattolici nell’Ue sono quelli in cui fanno meno figli).

Il tasso di fecondità nei Paesi avanzati risponde invece a un insieme di fattori socio-culturali e socio-economici che si combinano in modo complesso e non rispondono agli orientamenti etico-religiosi della popolazione.

In tutto il mondo sviluppato, il tasso di fecondità resta da anni stabilmente al di sotto della soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna. È un fenomeno strutturale e al momento irreversibile che interessa l’Europa, il Nord America e gran parte dell’Asia avanzata. Dietro a questo andamento non c’è soltanto un cambiamento culturale nel modo di vivere la famiglia e la riproduzione e di investire su di esse, ma anche un insieme di vincoli economici e sociali che rendono la scelta di avere figli più incerta e più costosa.

L’inverno demografico non si presenta però ovunque con le stesse caratteristiche, né si può sostenere che la sua dinamica naturale sia impermeabile alle decisioni pubbliche. Al contrario, le differenze tra i Paesi mostrano che le politiche contano e determinano, sul medio periodo, un diverso grado di vulnerabilità demografica. A fare la differenza sono gli istituti – congedi parentali, orari flessibili, smart working… – che consentono di affrontare la nascita e la cura dei figli nei primi anni di vita in modo compatibile con l’attività professionale; i servizi per la prima infanzia, che aiutano concretamente la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro senza costringere le donne alla segregazione domestica; gli assegni familiari universali, che alleggeriscono il costo economico della genitorialità e offrono maggiore stabilità alle famiglie.

L’idea di fondo, confermata dal confronto internazionale, è semplice: la fecondità regge meglio dove avere figli pesa meno in termini di reddito, carriera e organizzazione quotidiana e di incertezza psicologica. Laddove diventare genitori non comporta una caduta brusca del tenore di vita, un handicap professionale soprattutto per le donne, o una corsa a ostacoli per conciliare lavoro e famiglia e laddove la situazione economica complessiva ispira maggiore fiducia nel futuro, nascono più bambini.

Quel che ha fatto il Governo Meloni in questi anni di legislatura – benefici straordinari, temporanei o premiali (come quelli per bambini di età inferiore a un anno o per le famiglie numerose) e bonus una tantum (come quello “nuovi nati”) – non si iscrive certamente in un programma di revisione organica del welfare pro family, che però – bisogna ammettere – in Italia è una impresa particolarmente ardua, visto che la struttura della spesa sociale nazionale è stata storicamente irrigidita dal peso abnorme della spesa per pensioni (in Italia di un terzo superiore alla media Ue in rapporto al Pil) e comporta inevitabilmente il sacrificio di quelle componenti che influiscono in modo più determinante sulle scelte riproduttive (la spesa per famiglie e minori è di un terzo inferiore rispetto alla media Ue).

Il crollo della fecondità negli ultimi anni non può essere certamente addossato solo alle responsabilità dell’attuale Esecutivo, visto che il fenomeno sconta effetti passati di lunghissimo periodo. Semmai al Governo Meloni può essere imputata la scelta di non ammettere che il tema non può essere affrontato con una mera predicazione moralistica sul valore della maternità e della famiglia e non può trovare rimedi diversi da un incremento governato, ma massiccio della popolazione immigrata.

Infatti, a meno di non contare sugli effetti miracolosi dell’Intelligenza artificiale, al momento non è ipotizzabile la sopravvivenza socio-economica di un Paese, come l’Italia, che a metà di questo secolo avrà una percentuale di popolazione attiva (15-64 anni) sostanzialmente pari a quella della popolazione inattiva. (Public Policy)

@CarmeloPalma

*l’autore è responsabile dell’Ufficio legislativo di Azione al Senato