di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – Manca una settimana al referendum costituzionale, la nuova guerra in Medio Oriente – tutt’altro come che finita, come sostiene Donald Trump – distoglie l’attenzione dal voto del 22 e 23 marzo e nella maggioranza di Palazzo Chigi non tutti sembrano muoversi con la stessa intensità. Il capo della Lega Matteo Salvini è più silenzioso del solito, sembra attendere l’esito referendario per iniziare la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027 (e richiedere, come già accaduto in questi mesi, il posto del ministro dell’Interno attualmente in capo a Matteo Piantedosi). I 1.200 gazebo per il Sì annunciati dalla Lega nel fine settimana sono passati quasi inosservati. La partita sembra giocarsi altrove, anche per lo stesso Salvini.
Il vantaggio del No nei sondaggi prima del silenzio elettorale ha allarmato il fronte opposto, che a un certo punto ha forse raggiunto il massimo della propria efficacia comunicativa, in una campagna elettorale in cui non sono mancati, in entrambi gli schieramenti, tensioni, insulti, ricorso all’emotività. A beneficiare di questo caos potrebbe essere il fronte del No, che rischia di vincere proprio perché nella polarizzazione dello scontro ha tramutato il referendum in una strenua difesa costituzionale della democrazia e dell’autonomia della magistratura. Gianrico Carofiglio, ex magistrato, ex parlamentare del Pd, lo aveva detto agli ex colleghi mesi fa. “Spiegate poche cose, per farvi capire meglio dai cittadini. Ma dite una cosa, su tutte: il sorteggio è un sistema barbaro e costituzionalmente inaccettabile”. Il Sì ha dovuto difendere le ragioni di una scelta, anche se pure da quelle parti non sono mancate le ipersemplificazioni e le sortite improvvide, come quella del capo di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, peraltro magistrato.
Una eventuale sconfitta del Sì non avrebbe conseguenze sulla tenuta del Governo. O quantomeno, non avrebbe le conseguenze che qualcuno dell’opposizione auspica. Come Matteo Renzi, tra i più attivi portavoce del Campo largo, che da settimane ripete che il destra-centro dovrà lasciare Palazzo Chigi in caso di sconfitta. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha già spiegato che l’Esecutivo non si dimetterà, che lei stessa non si dimetterà e che l’unica possibilità per mandare a casa il Governo si verificherà alle elezioni politiche del 2027. Un modo per disinnescare l’effetto personalizzazione che colpì negativamente Renzi dieci anni fa al referendum costituzionale del 2016 e che Meloni teme, come dimostra una certa cautela dimostrata nella prima parte della campagna elettorale.
Certamente, l’eventuale vittoria del No motiverebbe il Campo Largo, attualmente alla ricerca di un’identità e di una leadership. Nel centrosinistra scatterebbe la competizione sulla primogenitura del No al referendum, Giuseppe Conte direbbe di essere stato il primo a crederci, così come Elly Schlein. Sarebbe l’inizio del duello interno al Campo largo per decidere il prossimo leader della coalizione, un dibattito che per ora è stato superato dagli eventi e congelato in attesa del voto referendario.
Un dibattito però che tornerà d’attualità dopo il voto della prossima settimana. Il centrosinistra potrebbe riguadagnare compattezza dopo le divisioni – non nuove, invero – sulla politica estera. Soprattutto, potrebbe trovare un assetto chiaro se non definitivo il Campo Largo, dopo l’illusione, nei giorni scorsi, di una ricostruzione dell’ex Terzo polo in occasione delle comunicazioni in Parlamento della presidente del Consiglio. Italia viva non sembra avere alcuna intenzione di abbandonare la preziosa alleanza con Pd, M5s e Avs e lascerà Azione e il Partito Liberaldemocratico (Luigi Marattin) al proprio destino politico. Per il partito di Renzi è anche una questione di sopravvivenza, visto che l’anno prossimo ci sono le elezioni e i renziani rischiano di rimanere fuori dal Parlamento. Una scelta insomma dettata anche dal realismo e rinvigorita dal nuovo scontro fra i renziani e Carlo Calenda nei giorni scorsi, andato in scena, come quasi sempre, sui social. (Public Policy)
@davidallegranti
(foto cc Palazzo Chigi)





