Tra respingimenti e integrazione: come funziona davvero il “modello australiano” sull’immigrazione

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+++ Non solo “No Way”. A Canberra i principali partiti politici condividono l’idea che i
confini si possono controllare, l’opinione pubblica si può ascoltare e rassicurare, gli
immigrati si possono integrare. La vera lezione dell’Australia all’Europa, insomma,
è che l’immigrazione va governata e non sempre e soltanto subita +++

di Marco Valerio Lo Prete

ROMA (Public Policy) – Da qualche settimana l’Australia si è affacciata nel dibattito pubblico italiano in ragione delle sue peculiari scelte sull’immigrazione. Le politiche di controllo e gestione dei flussi di persone sono effettivamente un elemento costitutivo di un Paese di così antica e intensa immigrazione. Tuttavia, agli occhi di chiunque abbia studiato la storia e le politiche pubbliche contemporanee di Canberra, è evidente che sostenitori e detrattori italiani del “modello australiano” sull’immigrazione, impegnatissimi a dimostrarne i meriti o all’opposto la non applicabilità al nostro Paese, indugiano faziosamente su alcuni “dettagli” e sorvolano sulla lezione fondamentale che arriva dagli Antipodi. In un’Europa ormai da anni in balia di una crisi migratoria che sta producendo conseguenze sociali e politiche dirompenti, il caso australiano sta lì a ricordare che lo spostamento di popolazioni può essere almeno in parte governato, e non solo subito sempre e comunque. Vediamo perché.

I respingimenti assistiti. La ratio e i risultati

I respingimenti dei barconi che tentano illegalmente di arrivare in Australia costituiscono l’aspetto oggi più discusso di quel modello di politiche dell’immigrazione. I respingimenti sono previsti dalla cosiddetta “Operazione Confini Sovrani” (“Operation Sovereign Borders”), guidata dall’esercito e avviata nell’autunno del 2013 con l’obiettivo di combattere i trafficanti di esseri umani, proteggere i confini del Paese ed evitare incidenti mortali in mare. Sulle modalità di tali respingimenti, le autorità hanno mantenuto un notevole riserbo; il Governo trasmette mensilmente al pubblico dati e numeri sulle imbarcazioni intercettate, ma nessun dettaglio che possa fornire elementi utili ai trafficanti di uomini. Jim Molan, ex generale dell’esercito australiano e uno degli ideatori di questa politica, mi ha spiegato una volta che “nella massima sicurezza delle persone a bordo, si gira la prua degli scafi e si riaccompagna la nave al confine delle acque territoriali australiane. A quel punto la nave torna da dove è venuta, perlopiù in Indonesia”. A proposito della sicurezza delle persone a bordo, Molah ha sostenuto che “i particolari operativi sono sempre rimasti segreti e questo è stato uno dei fattori imprevedibili per i trafficanti e quindi di nostro successo”, ma l’ex generale non esclude che siano avvenute riparazioni delle navi in alto mare, sostituzioni con navi nuove messe a disposizione dalla Marina, rifornimento di carburante e anche un primo screening dei passeggeri per chi avesse diritto allo status di rifugiato.

I respingimenti hanno raggiunto l’obiettivo per il quale furono pensati? Alla fine dello scorso agosto ha fatto notizia lo sbarco di una quindicina di persone arrivate illegalmente in Australia con un peschereccio che era partito dal Vietnam; tanto clamore, anche internazionale, si deve al fatto che nei quattro anni precedenti gli sbarchi di questo tipo sono stati totalmente azzerati. Negli ultimi due anni, per la precisione, al largo delle coste australiane sono state intercettate e respinte 33 barche con circa mille persone a bordo. Numeri così contenuti, dicono i critici, non giustificano un impegno tanto muscolare. Ancora una volta, la conoscenza della storia recente del Paese aiuterebbe a evitare giudizi approssimativi. Dal 2009 al 2013, infatti, circa 52mila persone hanno raggiunto l’Australia sulle carrette del mare, salpate soprattutto dall’Indonesia. Oltre 20mila persone arrivarono nel solo 2013, mentre 1.200 morirono prima di raggiungere la destinazione; a fronte di una popolazione australiana che era allora di circa 23 milioni di persone, si trattava di numeri tutt’altro che insignificanti. In Italia, dove di abitanti ce ne sono 60 milioni, la “crisi migratoria” è iniziata nel 2011, quando allo scoppio delle “primavere arabe” ci furono 60mila arrivi via mare (il picco più alto prima degli ulteriori record del 2014 e del 2015). Cos’era successo in Australia dal 2009 al 2013? Il governo laburista aveva sospeso i respingimenti che i Liberali avevano introdotto già nell’autunno del 2001. Nel 2014, cioè nel primo anno di applicazione dell’Operazione Confini Sovrani, gli arrivi illegali via mare sono calati a 157, a fronte degli oltre 20 mila dell’anno precedente. Per usare le parole dell’ex generale e oggi senatore liberale Molan, “i primi respingimenti hanno funzionato come un deterrente potentissimo, amplificato da passaparola e media. Queste persone tornavano alle coste da cui erano partite, o finivano a Nauru e in Papua Nuova Guinea, infuriate con gli scafisti che gli avevano mentito promettendogli l’Australia. Inoltre, da quando questo governo è in carica, non c’è stato più un immigrato morto nelle acque del nostro paese. Penso sia l’obiettivo umanitario più importante che abbiamo raggiunto. Oggi si può dire che il governo australiano non lavora più su commissione degli scafisti, offrendo un ‘servizio taxi’ a criminali cui prima bastava lanciare un Sos a qualche chilometro dalla costa per incassare diecimila dollari da ogni singolo malcapitato passeggero. Gli scafisti, invece, sono ancora i principali autori delle politiche migratorie europee”. Difficile dunque negare l’effetto “deterrenza” dei respingimenti assistiti. Perfino l’UNHCR, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati, ha ammesso che nei Paesi asiatici di origine dei flussi migratori il passaparola sulle politiche australiane ha cambiato l’attitudine dei potenziali migranti rispetto alle traversate da affrontare. Al punto che oggi anche la leadership del Partito laburista afferma, quantomeno nelle dichiarazioni pubbliche, di non voler abbandonare l’Operazione Confini Sovrani.

La “Pacific Solution”, un deterrente “bipartisan”

I respingimenti assistiti non sono l’unico deterrente rispetto agli ingressi illegali via mare. Essi si collocano nell’ambito della cosiddetta “Pacific Solution”, o “Soluzione del Pacifico”. Canberra infatti negli scorsi anni ha raggiunto intese di vario tipo con alcuni Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, vuoi per ricollocare in maniera definitiva i profughi che arrivano via mare, vuoi per ospitarli in strutture detentive (i Regional Processing Centres) in attesa che le loro domande d’asilo siano esaminate. E’ anche grazie al coinvolgimento di questi Paesi limitrofi che le autorità australiane sono riuscite a dare seguito al loro monito: “Nessuno di coloro che con un barcone tenterà di raggiungere l’Australia illegalmente potrà mai vivere in Australia”. “No way”, insomma, come da slogan trasmesso dal governo sui media stranieri per scoraggiare le traversate.

L’ultima e attuale versione della “Pacific Solution” è stata introdotta dai Laburisti nel 2013, quando gli sbarchi sulle coste sembrarono arrivare a un livello d’allarme. Allora fu deciso di utilizzare in maniera sistematica due centri di detenzione “offshore”, costruiti fuori dal territorio australiano, nella Repubblica di Nauru e nell’isola di Manus (Papua Nuova Guinea). Poiché all’epoca del governo laburista i respingimenti assistiti erano stati sospesi, in quei centri finivano tutti coloro che tentavano di raggiungere l’Australia in maniera illegale. La ratioera che le domande d’asilo sarebbero state comunque esaminate, ma la destinazione finale degli eventuali rifugiati non sarebbe mai potuta essere l’Australia. Altrimenti – spiegarono allora i Laburisti – si sarebbe mandato all’esterno un messaggio di eccessivo lassismo. La “Pacific Solution”, come si è detto, è stata reintrodotta dai Laburisti nel 2013, ma nasce originariamente all’inizio degli anni 2000, quando il Paese decise di chiudere i centri di detenzione e di esame delle richieste d’asilo che si trovavano sul proprio territorio. Allora, attraverso la “Pacific Solution”, si tentò di fare fronte al fatto che molti territori australiani, a differenza di quel che si pensa superficialmente in Italia, sono più vicini ai Paesi asiatici che si trovano sulla terraferma piuttosto che all’Australia stessa. E’ il caso di Christmas Island, isola australiana che si trova a 375 kilometri dalle coste dell’Indonesia e dunque a una distanza minore di quella che separa l’italiana Lampedusa dalla Libia (385 kilometri), o anche di Ashmore Reef e di Cocos Island. Il governo Liberale di John Howard, nel 2001, stabilì dunque che questi territori erano sì australiani ma esterni alla “zona di migrazione”; di conseguenza raggiungerli non avrebbe più consentito automaticamente di presentare una domanda d’asilo o di richiedere un visto a Canberra. A questo punto diventavano fondamentali i centri di detenzione offshore per esaminare le domande d’asilo. Tali centri sono da anni al centro di battaglie legali e di denunce per le condizioni detentive giudicate contrarie ai diritti umani; non sono mancati per esempio atti di grave autolesionismo da parte delle persone ospitate, tra i quali anche alcuni minorenni. Il governo liberale di Malcolm Turnbull, al potere dal settembre 2015 all’agosto 2018, si è più volte vantato di non aver ingrossato le fila dei detenuti in questi centri, nei quali nel tempo sono state trattenute poco più di 3.000 persone, così come in quelli situati sul territorio australiano. Complessivamente alla fine dello scorso giugno c’erano 1.715 persone detenute in Australia o nei due centri offshore in ragione di violazioni della legge sull’immigrazione; fra il 2013 e il 2014 era stata superata la soglia delle 12.000 persone detenute. Il sovraffollamento creato ai tempi dei Laburisti è stato ridotto grazie ad accordi di ricollocamento con Paesi terzi (come gli Stati Uniti), attraverso intese con i Paesi del Pacifico in cui sono situati i centri affinché essi stessi ospitino in maniera definitiva alcuni dei migranti, e infine con i rimpatri. Ad oggi il centro di detenzione di Manus Island è stato chiuso e a Nauru sono detenute 189 persone al 31 luglio scorso (ma secondo le associazioni a tutela dei diritti umani si arriva a 1.500 se si considerano anche le persone ora libere di entrare e uscire dai centri). Sull’efficacia o sull’eticità della “Pacific solution” si possono legittimamente avere opinioni diverse; è innegabile tuttavia che questa strategia – tra ostacoli logistici, sfide legali e criticità umanitarie – offre un’idea della complessità e del carattere tutt’altro che improvvisato del “modello australiano” di contrasto dell’immigrazione illegale.

L’accoglienza generosa e ben accetta (perché controllata)

In un paese come l’Australia, con 25 milioni di abitanti di cui il 28% (7 milioni) è nato all’estero, il contrasto all’immigrazione illegale ovviamente non esaurisce il panorama delle politiche che regolano l’afflusso di persone nel Paese. Canberra, per esempio, ha uno dei programmi più generosi per l’accoglienza di rifugiati che sono riconosciuti come tali dall’UNHCR in tutto il mondo e dei quali poi la stessa agenzia dell’ONU chiede il reinsediamento. Dalla metà degli anni 90, il Paese ha accolto ogni anno circa 12-13.000 persone per ragioni umanitarie, quindi 20.000 nel 2013, 18.000 nel 2016 e 22.000 nel 2017, avendo emesso 12.000 visti straordinari per richiedenti asilo da Iraq e Siria. Un dato che si aggiunge a quello imponente dell’immigrazione legale per ragioni economiche o per i ricongiungimenti familiari. Dal 2013 a fino al 2017, il flusso netto di immigrati legali – esclusi quelli che arrivano per ragioni umanitarie – è stato pari a 190.000 individui l’anno. La maggior parte di questi individui, circa 125.000, entra grazie al canale della cosiddetta “skilled immigration”, o immigrazione qualificata. Governo e imprenditori vanno cioè a caccia di persone con competenze richieste dai diversi settori dell’economia. Come ha scritto anche il sito di economisti Lavoce.info, “sul fronte migratorio, nonostante la politica molto rigida, il saldo australiano è superiore a quello dell’Italia, così come il numero degli ingressi. La caratteristica principale sta nella selettività degli arrivi, legati alle esigenze del mercato australiano (attraverso un lungo processo che coinvolge diversi ministeri) e al coinvolgimento dei datori di lavoro (sotto forma di sponsor). Un approccio radicalmente diverso rispetto alla politica migratoria attuata dall’Italia negli anni Novanta e Duemila, basata su sanatorie (regolarizzazioni a posteriori) e ‘click day’ (selezione basata sul criterio cronologico)”.

Secondo alcuni esperti, oltre che per numerosi esponenti dell’attuale governo liberale, in questi anni è stata proprio la mano ferma utilizzata dagli esecutivi australiani con l’immigrazione illegale – specie quella più “mediatica” dei barconi – a far sì che l’opinione pubblica accettasse invece un livello elevato di immigrazione legale. Allo stesso tempo si sono rivelati fondamentali, per andare incontro alle legittime preoccupazioni dei residenti e per favorire il processo di integrazione dei nuovi arrivati, sia l’ampio utilizzo di visti temporanei sia l’attrazione di immigrati qualificati che potessero diventare rapidamente protagonisti della vita economica e sociale.

Il “modello australiano” qui descritto non è immune da falle o da rischi, com’è ovvio per tutte le politiche pubbliche attuate dagli esseri umani. Tuttavia esso è agli antipodi, non soltanto geografici, del “non-modello” seguito per lunghi anni dalla maggior parte dei Paesi europei. La classe politica australiana, incalzata dall’opinione pubblica, ha scelto infatti di confrontare in maniera proattiva un fenomeno epocale, di orientarlo – per quanto possibile – affinché rafforzasse l’economia del Paese e allo stesso tempo non ne mettesse a rischio la tenuta sociale e culturale. Non a caso, mentre alcuni nostri politici oggi evocano il “modello australiano” per lodarlo o per criticarlo, l’attuale governo di Canberra ha più volte indicato quanto accade nel Mediterraneo e nel sistema politico del Vecchio continente per mettere in guardia su cosa può accadere quando uno Stato, invece di governare l’immigrazione, finisce per esserne governato. (Public Policy)

@marcovaleriolp