Il ddl sull’omotransfobia e i rischi dell’identità di genere

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di Leopoldo Papi

ROMA (Public Policy) – Il ddl in discussione al Senato definisce “identità di genere” l’identificazione “percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”.

Questa formulazione desta perplessità non tanto in relazione al problema specifico dell’esperienza soggettiva della sessualità, e della misura in cui questa sia determinata da fattori biologici, psicologici o culturali, o dalla loro interazione. Si può ben lasciare agli esperti – biologi, psicologi, sociologi e filosofi – la ricerca della verità su un argomento così complesso e delicato. Ciò che invece colpisce è l’introduzione a cuor leggero nell’ordinamento giuridico, e in particolare del Codice penale, di un criterio per definizione discrezionale e soggettivo.

La determinazione di un reato come la discriminazione per aspetti legati alla sessualità passa infatti, con l’applicazione del concetto di identità di genere, dalla sussistenza di elementi pubblici e pubblicamente valutabili all’interno di un procedimento giudiziario – e l’orientamento sessuale è senz’altro classificabile come tale – con tutte le garanzie previste per le parti in causa, alla sussistenza di una mera esperienza emotiva e psicologica personale, il “sentirsi discriminati”, nel contesto della propria strettamente privata percezione del proprio genere.

Le implicazioni di una simile operazione sono, almeno potenzialmente, dirompenti e un po’ paradossali, perché mettono in discussione – ed è lecito chiedersi se questo sia chiaro agli estensori del progetto di legge – i fondamenti dello stato di diritto liberale e la sua funzione di tutela della persona. Il diritto penale si fonda sul principio della presunzione di innocenza, “fino a prova contraria”, laddove per prova si intendono evidenze pubbliche e verificabili. Ma un’esperienza soggettiva è per definizione sempre vera, proprio in quanto esperita, e in ogni caso non è verificabile da terzi. Se la si accetta come prova valida di una ipotesi di reato, la ragione sarà sempre di chi si sente, pur legittimamente, vittima di qualcosa.

Se si ragiona per deduzione applicando rigorosamente la definizione di identità di genere contenuta nel ddl, qualsiasi situazione particolare, in astratto, potrebbe diventare occasione di discriminazione, a prescindere dalle intenzioni dell’accusato. Si potrebbe legittimamente considerare reato di discriminazione un certo modo di vestire, o di mangiare, o di gesticolare, o un certo piatto proposto da un ristorante, laddove percepiti come tali da qualcuno, nel contesto della sua personalissima e privata sensibilità e “identità di genere”. Perché soffermarsi poi solo alla questione del genere? La prospettiva potrebbe essere estesa a tutta la sensibilità soggettiva e emotiva, giustificando il principio per cui “se mi sento aggredito da qualche azione altrui, allora sussiste un’aggressione, procedibile penalmente”.

Si dirà che sono provocazioni, e che nella dimensione dei comportamenti e interazioni concrete e del buon senso, nessuno si avventurerà mai in un’applicazione tanto paradossale delle norme. Tuttavia sono spesso le norme a legittimare le azioni umane. L’approccio proposto nel ddl da tempo si è affermato in molti contesti negli Stati Uniti, a partire dai campus universitari. Lo psicologo Jonathan Haidt, nel libro “The Coddling of the American Mind” ha utilizzato il termine “safetyism” per indicare l’ideologia, sempre più accettata nelle istituzioni accademiche (e in altre, ad esempio le redazioni dei giornali), che estende il concetto di sicurezza personale, degli studenti o di chiunque, oltre la sicurezza fisica anche alla loro “sfera emotiva”. Chi si sente aggredito emotivamente, viene aggredito: di qui la necessità di complesse linee guida per gli insegnanti nell’uso del loro lessico, di utilizzo di “trigger warning” nel trattare argomenti che potrebbero offendere qualcuno, e l’introduzione di “safe spaces” dove le istituzioni garantiscono “sicurezza emotiva” agli studenti.

La conseguenza, si evince dal saggio di Haidt, non è stata la riduzione delle discriminazioni, ma l’aumento delle polarizzazioni settarie, con annesse tensioni violente e disagi psicologici da ansia e depressione per molte persone, e la trasformazione del vittimismo in un’arma pubblica per screditare e perseguire chi non si conforma alla propria visione del mondo. (Public Policy)

@leopoldopapi