La trasformazione digitale per il Made in: l’impatto dell’e-commerce sulle pmi

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di Giusy Massaro*

ROMA (Public Policy) – La trasformazione digitale delle aziende rappresenta una delle principali sfide imposte dallo sviluppo tecnologico degli ultimi anni. Questa operazione si rivela particolarmente importante per le piccole e medie imprese che caratterizzano profondamente il tessuto industriale italiano e che si ritrovano in un mercato sempre più competitivo e contraddistinto da cambiamenti continui.

Lo sviluppo di Internet e delle moderne tecnologie ha trasformato il commercio all’ingrosso a tal punto che la maggior parte dei flussi transnazionali di merci passa per le piattaforme online. Il commercio elettronico è diventato un vero e proprio modello di business.

Non sono poche le opportunità: la possibilità di raggiugere i mercati globali, altrimenti difficilmente accessibili, la riduzione dei costi amministrativi e di transazione – in virtù della completa automazione del processo di acquisto – e una maggiore produttività del lavoro si traducono in prezzi al consumo più bassi che, uniti alla maggiore trasparenza dei prezzi, alla possibilità di migliorare il servizio clienti e a un maggiore accesso al mercato, migliorano notevolmente la capacità competitiva e dunque la performance delle imprese, in particolare quelle più piccole.

È proprio quello che emerge dallo studio dal titolo “La trasformazione digitale per il Made in Italy. Sfide e scenari in tempi di crisi” curato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e presentato giovedì nel corso di un convegno online organizzato in collaborazione con Amazon Italia.

L’analisi svolta su un campione di circa 16.000 piccole e medie imprese italiane mostra come quelle che vendono online abbiano una probabilità nettamente superiore, rispetto a chi impiega solo i tradizionali canali di vendita, di ottenere ricavi maggiori. La Pmi media potrebbe così vedere aumentare il proprio fatturato di circa 2,5 milioni di euro, con un incremento del 42% rispetto ai ricavi attualmente realizzati. Un’opportunità di guadagno che porterebbe diverse imprese a riconsiderare il proprio business in una chiave più digitale. Lo studio ipotizza, così, che la diffusione dell’e-commerce tra le Pmi del nostro Paese possa aumentare e raggiungere quota 32%, ad oggi la migliore performance nel panorama europeo (attualmente in Italia siamo solo all’8%). In questo caso, a livello macro, si potrebbe assistere a un incremento di fatturato complessivo fino a 534 miliardi di euro. Questo nell’ipotesi che l’offerta sia in qualche modo in grado di trainare la domanda o comunque di trovare sbocchi di mercato (in Italia o all’estero).

Tuttavia, non si tratta solo di vantaggi strettamente economici. C’è un altro aspetto importante che non va sottovalutato: la flessibilità. L’esempio più significativo ce l’abbiamo sotto gli occhi: la crisi pandemica ha imposto un cambio radicale delle abitudini dei consumatori italiani, spingendoli a ricorrere all’e-commerce quanto mai prima d’ora, e ha messo le imprese di fronte ai propri limiti ma anche di fronte all’opportunità rappresentata dal canale digitale. Le imprese che hanno saputo reinventarsi puntando sul commercio elettronico – o che avevano già investito in esso in precedenza – hanno retto il colpo sicuramente meglio. Non è un caso che, a fronte di importanti oscillazioni del commercio dovute alla crisi Covid-19, tra le forme di distribuzione solo l’e- commerce presenti performance positive, con una crescita continua e un incremento del 29,2% in nove mesi.

Le performance dell’e-commerce, oggi necessaria per garantire la continuità del proprio business a causa dell’emergenza sanitaria, pone le basi per una crescita futura del settore, vantaggiosa per le piccole e medie imprese italiane, che sono chiamate ad adattare il proprio business a modelli di consumo orientati sempre più verso il digitale. Un’occasione, insomma, che sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire.

Naturalmente non si tratta di un business a rischio zero. Avere successo nel commercio elettronico è sempre più difficile, a causa della forte concorrenza. Sarebbe quanto mai utile, ad esempio, sostenere la partecipazione delle Pmi agli accordi sottoscritti dall’Ice con le grandi piattaforme online. Questo consentirebbe alle realtà più piccole e poco avvezze a questo canale di vendita di sfruttare architetture di business rodate per esporre sulle vetrine globali i propri prodotti. Una volta acquisita l’expertise necessaria, impiegare i canali digitali per il proprio business in maniera autonoma risulterebbe più semplice e meno rischioso. Naturalmente, presupposto imprescindibile per tutto questo sono la dotazione di software, hardware e servizi digitali adeguati e l’assunzione e formazione di personale Ict. Due fronti su cui le imprese di dimensioni minori mostrano tradizionalmente i ritardi maggiori.

Dunque, è fondamentale una mirata politica di promozione della digitalizzazione delle imprese insieme all’eliminazione o alla riduzione delle barriere tariffarie e non (in modo da non inibire l’accesso ai mercati esteri). Solo così riusciremo a sostenere adeguatamente la crescita delle nostre piccole e medie imprese, in termini di ricavi e di occupazione, e a valorizzare ancora di più nel mondo il Made in Italy. (Public Policy)

*analista Istituto per la Competitività (I-Com)