Twist d’Aula – Nel Def del ‘cambiamento’, più forma che sostanza

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bilancia conti def

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Il primo Def del governo del “cambiamento” sta per approdare in un ozioso Parlamento. O meglio, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che fu scritto da Gentiloni “a politiche invariate”. E si discute molto di “quanto” deficit e “quante” risorse, ma troppo poco di “come” spenderle.

Il precedente accordo con Bruxelles prevedeva per il 2019 un disavanzo dello 0,8%. Adesso, Tria ha fissato il paletto dell’1,6%, cioè i 12 miliardi di euro necessari ad evitare l’aumento dell’Iva. Dalla maggioranza, poi, si invoca la possibilità arrivare a sfiorare il limite del 3%. Ora, per quanto sia difficile trovare i quattrini è ancora più importante l’uso che se ne fa.

Ciascuna delle bandiere della maggioranza – flat tax, reddito di cittadinanza, pensioni – ha una forte connotazione politica, una difficile applicazione pratica ed effetti sull’economia del tutto incerti. Ciò che è certo, invece, è che suddividere le (poche) risorse un po’ qui e un po’ li pur di non scontentare nessuno renderà ciascuna di essa assai poco efficace. Un assaggio di tutto, ma nessuna pancia piena.

Inoltre, il deficit non è un male assoluto e anzi può essere un importante strumento anticiclico che spingendo la crescita (con l’aiuto di un poco di inflazione) abbassa il debito, ma diventa una cura peggiore del male diventa qualora venga utilizzato senza una strategia chiara e di lungo periodo. Insomma, come fanno le cicale e non le formiche.

Più volte in passato la spesa pubblica corrente è aumentata a favore di questa o quella categoria, ma raramente questo si è tradotto in crescita economica strutturale. Anzi, il maggiore deficit è spesso diventato un fardello da far pagare alle future generazioni, con gli interessi. L’idea che basti elargire soldi a chi ne ha pochi per rilanciare l’economia è facile, ma fallace.

Più disponibilità economica, infatti, non equivale automaticamente a maggiori spese. Negli ultimi anni, per esempio, i depositi bancari sono aumentati più del reddito. E in un contesto di economia aperta, spesso con quei pochi euro (80?) gli italiani hanno comprato prodotti esteri, da Netflix all’Iphone via Amazon, tanto che le importazioni sono aumentate quattro volte di più del prodotto interno lordo.

Ora un ulteriore indebitamento futuro per effetto di politiche assistenziali e di generici vantaggi fiscali, oltre a favore potenzialmente le imprese straniere e non le nostre, oltre ad esporci a una serrata trattativa con l’Europa, al severo esame dei mercati e al possibile aumento del debito pubblico, da solo, non garantisce affatto il cambiamento.

In realtà, la direzione da prendere è nota: bisogna guardare agli investimenti pubblici in conto capitale, alla modernizzazione del Paese, alle infrastrutture, alle connessioni che ci mancano. Ma anche alla formazione del capitale umano. Eventualmente, a compensare le vittime delle doverose riforme che aspettiamo da 40 anni. In ogni caso, servirebbe qualcuno che guardi alle prossime generazioni e non alle prossime elezioni. (Public Policy)

@m_pitta