Twist d’Aula – Voto a distanza? Ecco tutti i pro e i contro

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – La Giunta per il Regolamento è chiamata a decidere sulla possibilità per le Camere di adottare procedure di voto a distanza. Una questione molto suggestiva e anche molto delicata, ma che comporta un mix di problemi tecnici, costituzionali e politici non marginali. E la soluzione del Parlamento in “smart working”, potrà sicuramente utile nel prossimo futuro di convivenza protratta con il virus, in questa fase più immediata potrebbe ridursi a una mera questione di facciata visto che per passare dall’idea alla sua esecuzione, ci sono ancora troppi ostacoli.

Dopo 15 giorni di pausa, la settimana scorsa il Parlamento è finalmente tornato a riunirsi. Anche in un’emergenza come l’attuale, infatti, le Camere non possono abdicare dal ruolo di rappresentanza popolare e controllo dell’operato del governo. Inoltre, sotto un profilo comunicativo, l’idea che deputati e senatori rifiutino di riunirsi per non correre gli stessi rischi di farmacisti, cassieri dei supermercati e forze dell’ordine (lasciamo perdere chi lavora negli ospedali) non restituisce legittimità a un Parlamento già di suo poco popolare. Si è così diffusa l’idea di usare la tecnologia per assicurare la continuità dei lavori parlamentari. Meglio una soluzione possibile che il blocco totale, si dice; meglio rinunciare a qualche regola e prerogativa che a tutto. Gli eletti di alcune zone, per esempio, potrebbero inoltre essere esclusi a causa di una diffusione più virulenta dell’epidemia. E se si dovessero diffondere i contagi, Palazzo Madama e Montecitorio, rischierebbero di trasformarsi essi stessi dei focolai, diventando di fatto inutilizzabili. Insomma, non c’è dubbio che ci si debba attrezzare per quello che sarà il “new normal” dei prossimi mesi.

Allora perché non organizzare modalità di “telelavoro” come hanno fatto alcuni consigli regionali, il Parlamento europeo o quello spagnolo? La risposta affermativa sembrerebbe ovvia, ma se si vuole passare dalle parole ai fatti ci sono alcuni nodi aggiuntivi da sciogliere. Il primo è tecnico: quale infrastruttura garantisce assoluta sicurezza e affidabilità? Forse ‘Zoom’ non è sufficiente, per cui l’Italia ha chiesto alla Spagna informazioni sul loro sistema, ma certo per applicarlo ci vorrà del tempo. Il Parlamento di Madrid, inoltre, può votare a distanza solo in alcuni casi predeterminati e, soprattutto, quando gli eletti devono dire soltanto “si” o “no”. Come d’altronde si è già fatto a Bruxelles. Se si tratta di “parlamentare” in senso completo invece – e qui veniamo al secondo problema – è diverso. Non solo perché riunire qualche decina di consiglieri non è lo stesso che per 630 deputati, ma soprattutto perché bisogna garantire la possibilità di presentare emendamenti, ordini del giorno, atti di sindacato ispettivo, dichiarazioni di voto, subemendamenti. Insomma, il diritto parlamentare che gelosamente riteniamo legittimata e “sicura” solo dall’esclusiva espressione brevi manu.

Senza dimenticare (terzo problema) che ogni eletto è titolare di alcune prerogative costituzionali. E che il presidente di assemblea è tenuto a garantire un controllo di legittimità, la contestualità del voto, la sicurezza, come anche la decisione su aspetti procedurali non marginali, vedi la durata della votazione. Possono Fico e Casellati far decadere tutte queste prerogative? Forse, ma assumendosi la responsabilità di violare le regole. Perché – a quanto spiegano gli uffici di presidenza – la tecnologia deve garantire certe caratteristiche essenziali alle procedure parlamentari. Che poi – per arrivare al quarto problema – il lavoro effettivo non è in aula, ma nelle commissioni. E per esaminare il “Cura Italia”, che di fatto è una manovra, visto che l’ipotesi di Commissioni Speciali è stata rifiutata dalle forze politiche, si andrà avanti come sempre (o quasi). A Palazzo Madama, la Commissione Bilancio si sta riunendo in Aula, a distanza di sicurezza, mentre a Montecitorio ci sono ulteriori opzioni (Sala della Regina, Mappamondo, Gruppi Parlamentari).

Le Camere hanno strumenti e possibilità per lavorare in sicurezza, molto più di tante altre fabbriche, supermercati o fattorini di Amazon. Se poi si riuscisse a trovare un sistema informatico – certo Skype non basta – perché si possano presentare emendamenti, subemendamenti, riformulazioni, discutere, mettersi d’accordo e fare politica a distanza, non può che essere un bene. Ma per i presidenti delle Camere al momento non esiste una tecnologia utilizzabile. Al massimo, solo strumenti che possano far dire “si” o “no”. Con il rischio, da un lato, di mettere a repentaglio i lavori parlamentari e, dall’altro, di dare l’immagine di parlamentari che non si prendono le responsabilità di un cassiere del supermercato o di un autista dell’autobus.

Insomma, nell’attesa dell’adozione di una tecnologia adeguata, per adesso le Commissioni devono approvare i singoli decreti e lasciare all’Aula il voto sui singoli articoli. Politicamente, la priorità è un’altra. Se la Bilancio riuscirà a presentare un testo il possibile condiviso – magari con accordi da raggiungere anche prima e fuori del Parlamento – sarà poi anche più facile trovare l’accordo politico per il voto in aula, dovesse essere telematico o fisco, con presenze ridotte proporzionalmente per ciascun gruppo. Insomma, se si lavora bene prima, è poi difficile che emergano contrasti per il voto finale. È tempo per tutti di rinunciare a qualcosa, compresi deputati e senatori. È un whishful thinking, certo, ma sarebbe utile per l’immagine della nazione, della politica, dell’istituzione parlamentare, che il testo sia approvato all’unanimità, come già avvenuto per il voto sullo scostamento del bilancio. A quel punto si può decidere se questo deve avvenire con la presenza fisica in aula o attraverso l’uso della tecnologia. Ma si tratta solo della proiezione finale. L’importante è capire come il Parlamento possa lavorare all’emergenza. Possibilmente unito e senza perdere ulteriore legittimità. (Public Policy)

@m_pitta