di Massimo Pittarello
ROMA (Public Policy) – Tra il 2018 e il 2024, i consumi di energia primaria degli edifici residenziali italiani sono scesi del 12,9% e le emissioni di CO₂ del 14%. La quota di abitazioni in classe G — la peggiore — è passata dal 32,1% al 24,2%; quelle in classe A sono quasi raddoppiate. I dati sono di ENEA. Eppure l’11 marzo la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per non aver presentato entro fine 2025 il piano nazionale di ristrutturazione degli edifici previsto dalla direttiva “case green”. Il paradosso è tutto qui: il sistema si muove nella direzione giusta, ma non abbastanza in fretta per i parametri di Bruxelles.
Non è una sorpresa. La decarbonizzazione vera non la fanno le direttive, la fa il mercato. Le auto elettriche più vendute in Europa sono Tesla e BYD — una statunitense e una cinese. Quando la tecnologia è conveniente e accessibile, i consumatori si adeguano da soli. Quando invece è la norma a forzare la transizione, il risultato è spesso un aumento dei costi senza un corrispondente beneficio ambientale netto. Vale per le auto, vale per le caldaie, vale per le case. Vale la pena allora ragionare sul reale rapporto costi-benefici di questa infrazione. Perché non tutte le procedure sono uguali.
Esiste un’infrazione che nessun Governo italiano può permettersi: quella sul rapporto deficit/Pil. Sforare il 3% significa esporsi ai mercati in posizione di debolezza e perdere margini di manovra sui conti. I costi superano largamente i benefici. È una regola che, per quanto scomoda, conviene rispettare.
La casa green è un caso diverso. E non solo perché sono 19 i Paesi finiti in mora insieme all’Italia — Germania, Francia e Belgio compresi, due terzi degli Stati membri — ma perché la struttura del problema italiano rende le prescrizioni della direttiva oggettivamente difficili da applicare senza conseguenze serie.
Il 45,3% del patrimonio edilizio italiano è classificato in classe F o G. In Francia, il dato equivalente si ferma al 14,4%. Adeguare quegli edifici costerebbe tra i 35.000 e i 60.000 euro per unità abitativa. Il Superbonus offre il termine di paragone più diretto: 123 miliardi di spesa pubblica per ristrutturare circa il 4% del patrimonio residenziale, con i benefici distribuiti prevalentemente verso i redditi più alti — reddito medio dei beneficiari intorno ai 52.000 euro annui. Proiettare quel modello sull’intero stock da riqualificare non regge all’aritmetica, e lo sa anche chi ha scritto la direttiva.
La Francia non è un esperimento teorico: è già oltre. Dal gennaio 2025, gli immobili in classe G non possono essere affittati — nemmeno in rinnovo tacito. Il risultato immediato è stato la fuoriuscita dal mercato locativo di 1,8 milioni di abitazioni, destinate a diventare 4,8 milioni nel 2028 quando la norma si estenderà alla classe F. I canoni hanno risposto di conseguenza: +3,7% a Parigi, +5,6% a Lione, +10% a Bordeaux, con una quota del rincaro attribuibile direttamente alle norme green tra il 20 e il 40%. In un Paese dove l’80% delle famiglie è proprietario di casa, importare quel modello avrebbe una dimensione sociale difficilmente gestibile. Ma anche per chi affitta il ragionamento non cambia: ridurre artificialmente l’offerta in un mercato già sotto pressione non è una soluzione, è un moltiplicatore del problema.
Mancano all’appello 19 Piani nazionali. Nessuno dei Governi che avrebbero dovuto consegnarli sembra avere fretta di farlo. Non è disorganizzazione: è la valutazione, condivisa da due terzi degli Stati membri, che i costi di applicazione integrale della direttiva superino i benefici attesi. I dati ENEA dimostrano che il miglioramento è in corso, con gli strumenti già disponibili. La domanda che Bruxelles non ha ancora risposto è semplice: se il sistema si muove già nella direzione giusta, a cosa serve accelerarlo con misure che — come insegna la Francia — rischiano di produrre più danni di quanti ne curino? (Public Policy)
@m_pitta





