Twist d’Aula – Il ddl Zan apre il suk del Quirinale

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(foto Daniela Sala / Public Policy)

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Ci sono due tipi di spinte nella politica italiana. Una che dall’esterno preme sul Palazzo Chigi e una, soprattutto, che emerge nelle faglie, nelle divisioni interne ai partiti e alle coalizioni, il voto sul ddl Zan ne è la dimostrazione. Entrambe queste spinte aiutano a circoscrivere le tendenze e gli sviluppi prossimi venturi, oltre che per quanto riguarda la legge di Bilancio, soprattutto nella partita del Quirinale. A cui bisogna aggiungere un’altra scossa tellurica, meno evidente ma non meno importante visto che condiziona, e di molto, la politica italiana, ed è il cambiamento degli assetti di potere, degli equilibri e anche dei leader in Europa.

Ora, con l’allentarsi della morsa pandemica, dopo gli scossoni delle amministrative e con diversi temi caldi in discussione in Parlamento (pensioni, reddito di cittadinanza, fisco e concorrenza) il suk è ufficialmente aperto. Se alla luce dei riflettori in pochi si azzardano a criticare Draghi – per non finire come Salvini che si è dovuto rimangiare la parola su pensioni, Quota 100 e catasto – nei corridoi parlamentari la pax draghiana vacilla. Con l’apertura della sessione di bilancio si inaugura il consueto assalto alla diligenza. Sulle pensioni i sindacati minacciano la mobilitazione, alcuni settori del Pd mostrano insofferenza, i parlamentari pressano affinché vengano inserite le tradizionali norme microsettoriali. Tutte pressioni che premono sull’Esecutivo.

Ma è un problema anche quello che avviene dentro e tra i partiti stessi. Le amministrative hanno scoperchiato i problemi tra Meloni e Salvini e reso evidente che il nemico numero uno dei due era l’altro. I tentativi di riappacificazione si sono concretizzati nel voler trattare in maniera unitaria sulla legge di Bilancio. Una richiesta che Draghi ha respinto, visto che Fratelli d’Italia è all’opposizione e Lega e Forza Italia sono in maggioranza. A stringere l’inquadratura emergono poi dissidi interni tra le componenti più governiste e quelle più sovraniste sia nel partito di Berlusconi che in quello di Salvini. E pure nell’area di Meloni ci sono dissidi, tanto che pare che Crosetto e Storace si siano bloccati su Whatsapp. Fibrillazioni che rendono più complicata l’azione di governo.

A guardare a sinistra lo schema si ripete. Alla festa dei settant’anni di Bersani sono affiorate diverse critiche per il modo in cui si prendono le decisioni a Palazzo Chigi. Draghi e Franceschini dopo diversi confronti sono arrivati a discutere in Consiglio dei ministri sulla proroga del bonus facciate. Conte prova a frenare la caduta dei 5 stelle tornando a chiedere il cashback dopo la sonora bocciatura da parte dell’attuale Esecutivo. E nei grillini il malcontento è diffuso e le fazioni sono tante e litigiose. Insomma c’è una confusione diffusa che non aiuta certo l’azione di governo. Per esempio, qualcuno in Europa ha fatto notare all’ex presidente della Bce che il Documento programmatico di bilancio è stato inviato in ritardo a Bruxelles. E che la maggioranza che lo sostiene è quantomeno “composita”.

Se a questo aggiungiamo che Draghi sarebbe scontento anche del lavoro dei suoi collaboratori, da chi gestisce il dossier MpS a chi ha in carico il lavoro sul Pnrr (che comincia ad accusare qualche ritardo) è evidente che la situazione stia degenerando. Può l’attuale presidente del Consiglio resistere in questa situazione fino al 2023, come vorrebbe qualcuno? Soprattutto, nel considerare il suo futuro il premier sta valutando che stanno progressivamente venendo a mancare i suoi alleati oltreconfine, quelli che lo hanno voluto a Palazzo Chigi anche e soprattutto per gestire il Pnrr. Prima tra tutti, Angela Merkel. Bisogna perciò capire che Governo ci sarà a Berlino e in particolare se il leader dei liberali sarà ministro delle Finanze. E anche a Parigi, le cui presidenziali sono nella primavera del 2022. Per questo gli incontri tra Draghi e Macron si fanno via via più fitti.

Per la partita del Quirinale, insomma, c’è uno schema di valutazione: gli equilibri che hanno portato l’ex Bce al governo si consolideranno o si indeboliranno. E, in questo secondo caso, cambiando il gioco europeo e venendo meno i vecchi sponsor, il potere di Draghi a Chigi sarà lo stesso? Se a questo aggiungiamo che le turbolenze della maggioranza, sia pre che post partita del Colle, sono destinate ad aumentare, ognuno di noi può fare le proprie valutazioni personali così come le fa Draghi. Al quale però c’è una cosa che non andrebbe giù, cioè passare dalla quarta votazione in poi e senza una larga maggioranza. Considerata la tradizione dei nostri franchi tiratori, di cui il voto sul ddl Zan è solo l’ultimo episodio, davvero nessuno sa bene come può andare a finire. (Public Policy)

@m_pitta