Twist d’Aula – Il panico immotivato sul dl Energia

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Il dl Bollette è in commissione alla Camera da due settimane, ma nel giro di 24 ore è scattato il panico. Le opposizioni ne chiedono la riscrittura. Le associazioni dei consumatori sparano numeri su rincari per le famiglie di 600-800 euro l’anno. Le associazioni di categoria lanciano allarmi in successione. E se ieri il ministro Pichetto Fratin difendeva il decreto come non superabile, oggi apre a una possibile revisione. È la fotografia di un Paese che non ha ancora imparato a distinguere tra un problema reale — e cioè la nostra storica dipendenza energetica — e un’emergenza percepita.

Si intende, sul prezzo della benzina ci sono pericolosi eccessi e alcune categorie — pesca, autotrasporto, cittadini che usano l’auto — stanno subendo ripercussioni concrete. Ma al momento, se la guerra in Medio Oriente non dovesse aggravarsi e protrarsi fino al prossimo autunno, i fondamentali energetici non disegnano uno scenario apocalittico. Solo per avere un riferimento: il prezzo del gas sulla borsa di Amsterdam mercoledì ha chiuso intorno ai 50 euro per megawattora — nel 2022 aveva toccato 370.

Il marzo 2026 non è il febbraio di quattro anni fa. Tanto più che l’aumento dei prezzi cominciò ben prima del 24 febbraio 2022. E in pochi se ne accorsero. Certamente la situazione è complessa. Dal Qatar, che copre circa il 30% delle nostre importazioni e l’8% del nostro fabbisogno di gas naturale liquefatto, è arrivato lo stop. Tuttavia gli stoccaggi sono al 50%, i massimi europei, e con l’avvicinarsi della bella stagione i consumi sono destinati a calare. Lo stretto di Hormuz, da cui transita il 21% delle importazioni italiane di oil and gas, rappresenta un collo di bottiglia, ma lo stop colpisce soprattutto i Paesi asiatici — India, Pakistan, Bangladesh, Cina — verso cui era diretta la gran parte dei carichi. Gli operatori sottolineano che il rischio maggiore non riguarda gli approvvigionamenti ma i costi logistici e assicurativi, con le compagnie che già rinegoziavano caso per caso le coperture extra war risk nell’area del Golfo Persico.

Sul fronte petrolio, la situazione è gestibile. Le scorte mondiali stimate dall’Ocse si aggirano attorno ai 4 miliardi di barili tra greggio e prodotti raffinati. L’Opec+ aveva già aumentato la produzione e ha annunciato la disponibilità a incrementarla ulteriormente. C’è un eccesso di offerta strutturale che rende improbabile una carenza fisica. La tensione sui prezzi potrebbe rientrare relativamente in fretta, anche perché ci avviciniamo alla bella stagione, con il conseguente calo della domanda per riscaldamento.

Il pericolo c’è, ma deve essere l’occasione per attivare piani B che già esistono. Il TAP — il gasdotto che porta metano dall’Azerbaigian attraverso il Mar Caspio — è stato costruito con una capacità di trasporto di 20 miliardi di metri cubi l’anno e oggi ne trasporta solo 11,2. Il margine disponibile è di 8,8 miliardi di metri cubi, e gli azeri hanno già confermato la volontà di aumentare l’estrazione di altri 10 miliardi annui.

Sul fronte della generazione elettrica, Brindisi e Civitavecchia sono in riserva fredda: insieme possono immettere nel sistema 3,6 gigawatt. Per riattivarle servirebbe rivedere l’Autorizzazione integrata ambientale, scaduta il 31 dicembre 2025, e aggiornare il Piano energetico nazionale. Non è una soluzione nuova: il governo Draghi la pianificò già nell’agosto del 2022, massimizzando la produzione da fossile per ridurre la dipendenza dal gas russo. Una situazione che oggi non vogliamo replicare — ma avere la cassetta degli attrezzi pronta è un’altra cosa.

Eppure proprio questa consapevolezza dovrebbe spingere a fare qualcosa di più ambizioso di un decreto rattoppato e di una convocazione di Mister Prezzi. Ogni crisi energetica degli ultimi vent’anni ha segnalato lo stesso problema strutturale: l’Italia dipende dall’esterno per il 70% del proprio fabbisogno energetico e non ha mai costruito una politica di lungo periodo degna di questo nome. Ora si aggiunge una variabile nuova e potente: la crescita esponenziale dei data center e dell’intelligenza artificiale richiederà nei prossimi anni quantità di energia enormi. Chi sta ragionando su questo adesso? Se poi la situazione si aggraverà nei prossimi mesi, ci sarà sempre modo di intervenire. Ma in modo meno emotivo. Si spera. (Public Policy)

@m_pitta