di Massimo Pittarello
ROMA (Public Policy) – Mercoledì primo aprile, due notizie sulla Germania: gli istituti di ricerca dimezzano la previsione di crescita del PIL tedesco nel 2026, dal +1,3% allo 0,6%. Allo stesso tempo, l’indice PMI sulla manifattura tedesca a marzo sale a 52,2 punti — il livello più alto da maggio 2022. E sempre lo stesso giorno: la Banca d’Inghilterra lancia l’allarme su possibili crisi finanziarie con ripercussioni imprevedibili negli stessi minuti in cui il prezzo del petrolio scende sotto i 100 dollari al barile. Non è un pesce d’aprile. È il mondo di oggi.
Viviamo nell’era della volatilità permanente. È l’effetto combinato della presidenza Trump — imprevedibile per definizione e per strategia — e di un ordine mondiale multipolare in cui non esiste più un arbitro unico. Le notizie si contraddicono, i mercati reagiscono in modo scomposto, i governi inseguono l’emergenza del giorno. In questo contesto, la tentazione di leggere ogni dato come la conferma di una catastrofe imminente — o di un’improvvisa ripresa — è fortissima. Ed è quasi sempre sbagliata.
La bussola, in questo rumore di fondo, restano i fondamentali. Lo shock energetico legato alla guerra in Iran ha un orizzonte temporale. Prima o poi il conflitto si esaurirà e i prezzi torneranno su livelli più gestibili. Oppure — scenario più preoccupante ma non impossibile — la crisi si prolungherà fino a diventare la nuova normalità, ridisegnando strutturalmente i costi dell’energia in Europa. In entrambi i casi, il punto non è gestire l’emergenza settimana per settimana: è sapere dove si vuole andare quando la nebbia si dirada. In termini di politica energetica, l’Italia paga i costi di tante scelte sbagliate.
Vale la pena ricordare che la pressione sui costi energetici precedeva la guerra in Iran. Già a dicembre 2025, i prezzi dell’elettricità negli Usa erano saliti del 6,9% anno su anno — più del doppio del tasso di inflazione complessiva. La causa principale è nota: la quota di consumi elettrici nazionali assorbita dai data center è quasi raddoppiata dall’introduzione di ChatGPT. Secondo le stime di Goldman Sachs pubblicate a febbraio, i data center assorbiranno circa il 40% della crescita totale della domanda elettrica americana nei prossimi cinque anni. L’Iran ha accelerato una traiettoria che era già in moto. Il punto è che questa traiettoria non si esaurirà con il cessate il fuoco.
Come anche un’altra costante: se l’Europa rallenta, l’Italia rallenta sempre di più. L’OCSE ha tagliato le stime di crescita per l’Eurozona dal +1,2% allo 0,8% nel 2026. Per l’Italia il taglio è stato dal +0,6% al +0,4%. Il governo resta fermo a una previsione di +0,7%, che in pochi considerano ancora realistica. Ci tuttavia segnali positivi: l’inflazione italiana resta tra le più basse d’Europa, con il tendenziale che sale da +1,5% di febbraio a +1,7% di marzo, e a gennaio l’occupazione è cresciuta, con il tasso di disoccupazione sceso al 5,1% — anche se è previsto in risalita al 5,8% nel corso dell’anno. Ma sono luci su uno sfondo che resta difficile.
Soprattutto, vanno lette nel contesto dei fondamentali. Il Pnrr ha dato una spinta, ma ha anche mascherato un problema antico. I dati Istat sul 2025 raccontano una storia che merita di essere letta senza sconti. Il motore della crescita italiana è ancora una volta il settore delle costruzioni: unità di lavoro in aumento del 2,3%, retribuzioni in forte crescita, valore aggiunto in espansione. Prima a fare da carburante era il Superbonus, ora è il Pnrr. L’industria in senso stretto, nel frattempo, ha perso l’1,1%. L’Italia continua a essere un Paese che cresce costruendo — non producendo, non innovando, non esportando tecnologia.
E sotto la superficie, il problema strutturale si autoalimenta. Nel 2025 il PIL nominale è cresciuto del 2,5%, ma il costo medio dello stock di debito pubblico si attestava al 2,97%. Risultato: il rapporto debito/PIL è salito al 137,1%, in aumento di 2,4 punti rispetto al 134,7% del 2024 — e questo nonostante il deficit sia sceso al 3,1%, meglio delle previsioni. Ma essere o meno in procedura di infrazione è un problema relativo quando il Superbonus continua a pesare come componente fuori bilancio, aggiungendo tra l’1% e il 2% di PIL annuo al debito fino al 2026 secondo Mef e Banca d’Italia. È l’effetto palla di neve: il debito genera interessi, gli interessi generano altro debito, e nessun decreto di emergenza tocca questo meccanismo.
La domanda che nessuno pone con la necessaria urgenza è cosa succede quando si esaurisce anche questa stampella. Il Pnrr finirà e verrà incorporato in programmi Ue meno emergenziali. Lo shock energetico — in un senso o nell’altro — si stabilizzerà. Resteranno i fondamentali: un’industria sotto pressione, una dipendenza energetica strutturale, un debito che cresce da solo e un’economia che da vent’anni cerca un secondo motore senza trovarlo. Il problema dell’Italia non è l’Iran. È che quando l’Iran non ci sarà più, ci ritroveremo esattamente dove eravamo. Ad Oriente ogni giorno cambia qualcosa. Invece, niente di nuovo sul fronte occidentale, avrebbe scritto Remarque. (Public Policy)
@m_pitta
(foto cc White House)





