Twist d’Aula – Perché questo referendum s’ha da fare

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – In un Paese che si dimostra ogni volta più emotivo diventa un’utopia invocare business as usual. Tuttavia sarebbe oltremodo autolesionistico andare verso una sospensione, seppur temporanea e limitata, della democrazia. Certo, se la diffusione del Covid-19 dovesse aumentare esponenzialmente e la situazione precipitare, il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari fissato per il 29 marzo potrebbe essere posticipato. Ma al momento ci sono una serie di ragioni tecniche, politiche e culturali, per scongiurare il rinvio. A meno che non si voglia da un lato deliberatamente riaprire la finestra elettorale per qualche altra settimana o, dall’altro, prolungare con un trucco questo anomalo semestre bianco aggiuntivo almeno fino a febbraio 2021. Ma sarebbero decisioni frutto di interessi particolari.

Anche perché è evidente che il rinvio di una consultazione elettorale significa, de facto, una sospensione la democrazia. Una situazione straordinaria che può essere giustificata solo per cataclismi, guerre o eventi davvero ostativi allo svolgimento del voto. Altrimenti si crea un precedente per cui, in futuro, qualche governante potrebbe posticipare un appuntamento elettorale a proprio vantaggio, con qualche scusa. Ma per adesso la diffusione del virus – pericoloso, ma che non è la peste bubbonica – è limitata ad alcune aree ed è realmente pericolosa solo per alcune persone. Insomma, ipotizzare scenari drammatici è sbagliato e controproducente, come dimostrano i danni economici che derivano dall’auto-quarantena in cui ci siamo auto-confinati. E motivare il rinvio del voto con la scusa che la campagna elettorale è più difficile, come fanno quelli che vorrebbero il rinvio, significa che in futuro, magari per lo sciopero dei giornali per due settimane, si possa fare lo stesso.

Inoltre le sedi del voto si possono attrezzare e si possono prendere le dovute precauzioni, se proprio ce ne fosse bisogno. In fondo, sono sufficienti due metri di distanza. Che poi negli ultimi anni non è che le urne siano proprio state prese d’assalto. Senza dimenticare che questo è un referendum costituzionale per cui non serve quorum, per cui non c’è bisogno di raggiungere una certa affluenza. E poi, chissà che tutti coloro che sono per il NO, che più di tutti hanno voluto la consultazione, vadano comunque a votare anche in assenza di una vera e propria campagna elettorale (che comunque non ribalterebbe le carte in tavola, anzi..).

Mentre, certi della vittoria, meno coinvolti, per definizione meno “politicizzati”, solo pochi di quelli che sono per il SI sarebbero invitati a recarsi alle urne. Ovviamente, il contrario di ciò che accadrebbe in caso di rinvio del voto, di polarizzazione e di campagna elettorale polemica. Speculazioni? Forse, ma che i promotori della consultazione potrebbero prendere in considerazione.

Ma oltre alle potenziali eterogenesi dei fini, si devono considerare anche due requisiti fondamentali per il rinvio: la richiesta deve arrivare dall’unico comitato legittimato (quello che ha raccolto le firme per il NO) e serve poi l’avallo di un decreto legge condiviso dalle forze parlamentari. Che, al momento, non c’è. Né sembrerebbe essere all’orizzonte. Dalla presidenza delle Camere per adesso sembra che l’ipotesi sia stata messa in ghiaccio, mentre al Quirinale sono piuttosto scettici. Vedremo.

Il punto è che si tratterebbe comunque di una decisione grave. Non solo perché diffonderebbe ulteriormente il panico – un conto è fermare le scuole in Lombardia, un altro sospendere le elezioni nazionali – ma perché subordinerebbe le regole ai sentimenti, la pianificazione alla paura, la democrazia al calcolo degli interessi politici e delle convenienze personali. E si arriverebbe ad una sospensione della democrazia. Per la quale, forse, al momento non ci sono proprio tutti i requisiti. Insomma, come diceva Winston Churchill…”business as usual”. (Public Policy)

@m_pitta