Twist d’Aula – Problemi da non ignorare: il debito pubblico

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – I conti arrivano e ognuno paga comunque i suoi. Sapevamo della potenziale pericolosità della seconda ondata, ma dopo la rimozione estiva del problema, ci siamo ritrovati scarsamente preparati su tracciamenti, tamponi, trasporti pubblici e terapie intensive. Purtroppo, presto o tardi, lo stesso accadrà con il debito pubblico. Corte dei conti, Banca d’Italia e Ufficio parlamentare di bilancio lo hanno spiegato nel corso delle audizioni sulla Nota di aggiornamento al Def. Se anche perseveriamo nell’ignorare il problema, che tra l’altro è gigante e antico e ci ha già quasi travolti nel 2011, prima o poi il problema si occuperà di noi.

Per fortuna i tassi sui nostri titoli restano bassi – il decennale stabile a meno dell’1% – e quindi gli interessi che paghiamo per mantenere i 2.578,9 miliardi di debito pubblico (nuovo record negativo, quasi 43mila euro a testa), per adesso, sotto controllo. Tuttavia, nel 2020 il debito non ha avuto difficoltà ad essere collocato sui mercati anche perché la Bce ha comprato il 37% di quello emesso, 210 miliardi su 538 totali. Ma questo non potrà essere per sempre, perché quando i tassi torneranno alla normalità il rischio sarà enorme, Corte dei conti dixit. Per cui, prima che sia troppo tardi, è necessario invertire la rotta. Sarebbe utile, insomma, agire per tempo. Se tutto il mondo avrà un problema di aumento di debito pubblico, l’Italia si troverà di fronte a una potenziale, insostenibile, esplosione.

Secondo l’Fmi, infatti, in rapporto al Pil il nostro continuerà a crescere, passando dal 134,6% del 2019 al 161,8% del 2020, per poi scendere, poco e lentamente, negli anni successivi, ma rimanendo ancora al 152,6% nel 2025. Per invertire la rotta è necessario che il tasso di crescita del Pil nominale (Pil reale + inflazione) sia superiore al costo medio di mantenimento del debito. Se pure la Bce riuscirà a contenere quest’ultimo (l’onere medio dovrebbe passare dal 2,4% del 2020 al 2,1% del 2023), abbiamo bisogno di tornare a crescere. E, per dirla con Mario Draghi, servirà fare “debito buono”, mentre purtroppo ancora nella bozza dell’ultima legge di Bilancio sembra che questo non sia nelle nostre corde.

Nonostante l’avanzo primario degli ultimi anni (tranne 2009 e 2020), il debito è continuato a crescere, autoalimentandosi con il costo degli interessi. Unico Paese d’Europa, non siamo riusciti a ridurlo nemmeno durante i lunghi anni di politica monetaria ultra accomodante. È mancata, infatti, la crescita. Se per Bankitalia – come detto in commissione – è plausibile l’ipotesi del Governo secondo cui l’eccesso di debito potrebbe rientrare, è anche vero che servirà una congiunzione astrale di fattori: l’inflazione al 2% (da 5 mesi consecutivi siamo sotto zero, -0,7% a settembre, -0,6% annuo, cioè piena deflazione), una crescita stabile all’1% (un miraggio anche in tempi pre-pandemia), avanzo primario medio all’1,5% (quest’anno sarà -13%) e costo del mantenimento del debito inferiore all’attuale (difficile, visto che i tassi sono già al minimo). Potremmo farcela, certo, ma serve muoversi per tempo. Perché il tetto si ripara quando c’è il sole (i tassi bassi e la protezione della Bce) e non quando piove. (Public Policy)

@m_pitta