di Massimo Pittarello
ROMA (Public Policy) – Ancora una volta all’Europa serve uno shock esogeno per accelerare. È accaduto nel secondo dopoguerra con la Ceca, la prima forma di integrazione economica che ha evitato il ripetersi di conflitti a cavallo del Reno. Più recentemente, con la crisi dell’euro, si è rafforzato il ruolo della Bce. Durante la pandemia Bruxelles ha introdotto il debito comune. Chissà che, di fronte alle pressioni di Trump, al Vecchio Continente non stia succedendo qualcosa di simile.
Sui dazi, per esempio, nonostante gli ossequi di Von der Leyen sul campo da golf al presidente Usa, l’Ue ha risposto aprendo ai mercati del Sudamerica con il Mercosur – che era in stand by da vent’anni – e prova a replicare qualcosa di analogo con l’India, inserendosi in un rapporto storicamente consolidato tra Nuova Delhi e Mosca. La diversificazione commerciale non è solo tattica: è una forma di riequilibrio strategico.
Sul fronte finanziario, gli eurobond stanno diventando consuetudine. Dopo le emissioni legate alla pandemia (Sure e Next Generation EU) oggi circolano quasi 800 miliardi di euro di titoli comuni europei. Potremmo essere di fronte al consolidamento di un benchmark europeo che rafforza la profondità del mercato dei capitali e il ruolo internazionale dell’euro. Inoltre, se dovessero andare in porto anche emissioni legate al sostegno bellico all’Ucraina, si aggiungerebbero altri 90 miliardi e, soprattutto, un passo avanti condiviso in ambito militare.
Proprio sulla difesa si intravedono movimenti significativi. Tra l’ipotesi di nuovo debito comune e il tentativo di integrare maggiormente le industrie nazionali – senza dimenticare i primi coordinamenti operativi nel Mar Rosso – si sta concretizzando un’accelerazione inedita di politica industriale. E riuscire a ridurre la frammentazione produttiva europea significa superare le logiche di difesa delle grandi aziende nazionali.
La cornice è quella dell’European Defence Industrial Strategy, che punta a creare un ecosistema produttivo integrato della difesa entro il 2035. Quasi dieci miliardi sono già stati stanziati tra European Defence Fund ed European Defence Investment Programme (EDIP). L’ammontare non è enorme, ma il segnale politico è chiaro. Per la prima volta l’Europa finanzierà in modo strutturale la produzione su larga scala di equipaggiamenti militari, non soltanto la ricerca.
Se passiamo ai programmi più “tradizionali”, l’esperienza del Next Generation EU sembra aver generato eredi. Per il prossimo quadro finanziario pluriennale (2028-2035), la Commissione ha messo sul tavolo un pacchetto da 1.980 miliardi in sette anni, il cui cuore è un fondo unico da 865 miliardi che accorperà coesione, agricoltura, pesca e migrazione. Siamo di fronte all’istituzionalizzazione, alla stabilizzazione di una modalità nata con l’emergenza Covid.
Guardando indietro nel tempo, il trend appare coerente. Nel 2020, nelle prime settimane della pandemia, l’Eurotower ha stanziato 1.100 miliardi di acquisti aggiuntivi e rimosso i principali vincoli tecnici sugli acquisti di bond (la durata, il capital key, il rating). Poi sono arrivati gli acquisti comuni dei vaccini, il tetto al prezzo del gas, le sanzioni coordinate alla Russia. In ambito energetico il regolamento del 2022 sugli extraprofitti ha generato 142 miliardi di risorse, seguiti dal RePowerEU. Anche qui la dinamica è evidente: crisi, risposta comune, ampliamento delle competenze condivise.
Molti hanno celebrato le parole di Draghi al Parlamento europeo – “fate qualcosa”. La forza comunicativa è stata indubbia. Ma al di là dell’enfasi eurolirica, oggettivamente qualcosa si sta muovendo. Da tempo. Anche dopo le critiche di Trump, l’Ue sta avanzando su più dossier: rafforza il debito comune, consolida la capacità finanziaria, spinge sulla difesa industriale e tenta di ridefinire il proprio posizionamento geopolitico. Non una rivoluzione dichiarata, ma uno spostamento progressivo del baricentro dell’Unione: da mercato regolato a soggetto politico. Che poi ci si riesca è ancora tutto da dimostrare, ma i passi avanti sono compiuti. (Public Policy)
@m_pitta





