Un declino che viene da lontano

0

di Enzo Papi

ROMA (Public Policy) – In questi giorni si parla molto di migranti, di redditi da garantire, di pensioni da anticipare, di autonomie da rafforzare ma si tace su una questione politica fondamentale: il declino che accompagna, da più di vent’anni, il nostro Paese.

Dopo la grande crisi del 1993, l’Italia non è riuscita a riprendere la via dello sviluppo con continuità. Colpa di una fiscalità eccessiva e contradditoria, della burocrazia indolente, di una giustizia lenta e inaffidabile, della corruzione, di una scuola che insegna sempre meno cultura professionale e civica? Probabilmente di molte di queste che sono già sufficienti a giustificare questo presente senza speranza. Tuttavia le cause di una stagnazione di così lungo periodo non sono mai occasionali. Esse devono essere ricercate in qualcosa di più strutturale che ha poi alimentato, forse determinato, molte delle fragilità, dei lacci e laccioli che “bloccano” il Paese.

Cause così profonde non possono che essere ricercate nella continuità e nell’inadeguatezza delle culture politiche che hanno fatto da corredo alla democrazia italiana.

La nostra Costituzione nasce dalla composizione dell’anima cattolica e di quella marxista a cui appartengono le due principali culture che hanno formato il contesto politico del dopo guerra. L’anima liberale non ha mai fatto parte della cultura politica unitaria, se non nel limitato patrimonio delle élite risorgimentali, presto annegata nel trasformismo in cui i moderati di sinistra e di destra hanno composto la direzione del Paese, fino al Fascismo.

Nel dopoguerra, dopo la breve parentesi dei Governi di De Gasperi, l’anima dossettiana, ispirata dalla cultura assistenzialista della Chiesa, ha cercato un’impossibile conciliazione, con la ben radicata eredità marxista senza, però, riuscire a superare la diffidenza del Partito comunista, che non ha mai accettato di “rivedersi” nella socialdemocrazia europea. Ha preso così forza una cultura politica di “convergenze parallele”, ben definita da Aldo Moro, in cui il valore della libera creatività non è mai stato considerato come un patrimonio da proteggere e sviluppare, ma piuttosto come una pericolosa fonte di privilegi da limitare. La pseudo rivoluzione conservatrice di “Tangentopoli” ha poi determinato l’obbligo di alleanze definitive tra ex-comunisti, orfani del grande profeta sovietico e gli ex-democristiani, decimati e delegittimati dalle inchieste. Di qui il continuo travaglio di un partito di “sinistra” che ha affidato ai cambi di nome la soluzione a differenze di culture, mai fuse in un valore condiviso. Il Paese resta ancora orfano di una proposta “liberale”, non potendosi definire tale il modo in cui si è risolta la vuota proposta personalistica del partito berlusconiano. Eppure l’Italia ha conosciuto negli ultimi cinquanta anni un solido sviluppo della borghesia produttiva, senza però che questa sia riuscita a esprimere un credibile riferimento politico e nemmeno un sindacato imprenditoriale rappresentativo della sua reale struttura fatta di piccole e medie imprese.

Si è consolidata una cultura sociale in cui la redistribuzione viene prima di verificare la possibilità di soddisfarla e che ha trovato nel deficit pubblico e nelle protezioni corporative un provvisorio e improprio sostegno. L’Euro, senza solidarietà fiscale, ha finora evitato una subitanea resa dei conti con i mercati finanziari, ma, insieme, ha rafforzato le condizioni che alimentano il nostro continuo declino.

Il nostro declino nasce dalla sclerosi, più che ventennale, della produttività che altro non è che l’altra faccia della sclerosi in cui le nostre culture prevalenti hanno confinato le esigenze di superamento di dogmi anacronistici rispetto alla globalizzazione della ricchezza. La nostra debole capacità di produrre ricchezza non nasce nella debolezza dei nostri imprenditori, che pure talvolta emerge soprattutto nelle grandi imprese, ma dalla bassa produttività. Essa trova origine in queste culture che continuano a legittimare i vincoli che caratterizzano il nostro mercato del lavoro, che obbligano i giovani a un precariato necessario a bilanciare i diritti acquisiti degli inamovibili. È in coerenza con queste culture che investiamo in servizi pubblici inefficienti metà del nostro reddito, prelevato da un fisco di cui se ne sente il peso, ma non se ne percepisce l’utilità. Sono queste culture che ci hanno portato ad accumulare un debito pubblico che appesantisce le attività delle banche e ne limita la funzione di sostegno alle attività produttive. Sono queste culture che ci vincolano su percorsi che alimentano il declino.

Davanti a questi limiti, l’Italia sembra tornare a cercare nelle sue radici integraliste, la speranza del suo futuro. Qui sta il pericolo del populismo che sembra vincente. Il populismo ha sempre fatto leva sui miti del passato e sulla pancia del bisogno, ma resta il fatto che la ragione e la realtà insidiano le convinzioni indimostrate e alimentano un bisogno di nuove e concrete certezze. Resta dunque legittima la speranza che l’inconsistenza dei rimedi emotivi renda fragile e provvisorio il consenso raccolto. C’è un bisogno di nuove certezze che lascia spazio a proposte “di ragione” e a nuovi credibili interpreti. Un nuovo che però stenta a proporsi proprio perché deve fare i conti con le radici della nostra cultura.

Dov’è il nostro futuro? Nel distribuire una ricchezza insufficiente a tutti i cittadini o nel creare le condizioni per produrne di più? Si può abolire la povertà per decreto? Oppure la soluzione passa per la comprensione delle ragioni oggettive del declino? La soluzione sta nel creare nuove carceri per i profittatori o nel dare fiducia e sostegno a chi scommette sulle proprie idee e sulle proprie risorse?

Domande semplici ma di non facile risposta perché presuppongono il superamento delle nostre lontane eredità, a partire da quella cultura “tridentina” che preferì condannare all’abiura e al carcere Galileo, piuttosto che contraddire la ”verità” della Chiesa. Non è facile, in questo contesto in cui si deve collocare anche il marxismo di Gramsci, superare la premessa del peccato originale che grava sul capitale e leggere razionalmente i problemi del tempo. È ben vero che sta scritto che sarà più facile a un cammello passare per la cruna dell’ago che per un ricco conquistare il Paradiso e che Marx ha assicurato l’origine di ogni male nel diritto alla “proprietà”, ma la salvezza dell’anima è un problema che non compete a Cesare e l’utopia marxista è stata seppellita ovunque sia stata applicata.

Pare veramente difficile superare identità consolidate anche quando la Storia ne ha decretato limiti e contraddizioni. Può la sinistra italiana abbandonare la sua posizione di contro-parte del capitale senza veder migrare i suoi elettori verso populismi giustizialisti? E può il popolo che crede nei valori del merito tornare a dare fiducia, davanti alla nascita di movimenti antagonisti e divisivi, a partiti che fanno del dialogo e del confronto civile la base del metodo politico, ma che hanno indolentemente accompagnato il Paese in questo declino?

In sostanza è possibile in Italia uno schieramento politico alternativo che non sia populista, senza cadere nella falsa moderazione che nasconde solo partiti “clientelari”? Forse occorre che si raggiunga l’evidenza dei limiti del nostro “ancien régime” per superarlo. Forse occorre che questa stanca fase di sopravvivenza del nostro ‘900, si concluda nell’evidenza del suo definitivo fallimento, per generare energie nuove e liberatrici. A volte la Storia si può ricostruire solo sulle ceneri di un drammatico paradosso. (Public Policy)