ROMA – (Public Policy Bytes) – Il 21 gennaio la Casa Bianca ha pubblicato un report del suo Council of economic advisors sugli impatti del settore dell’intelligenza artificiale sull’economia statunitense, a firma del sottosegretario di Stato per gli Affari economici Jacob Helberg e dell’economista Andre Barbe.
Dalla ricerca emerge un dato di particolare rilievo: l’1,3% della crescita del Pil che il Paese ha registrato nel 2025 sarebbe riconducibile al mercato dell’IA. Il fenomeno sarebbe imputabile al “dominio statunitense negli investimenti in IA su scala globale, con 470 miliardi di dollari spesi contro i 50 miliardi dell’Ue” – si legge in un post sul profilo X del sottosegretario Helberg.
Nel dettaglio, il dato divulgato indica che “circa il 62%, cioè quasi due terzi della crescita del Pil americano, è dovuta agli investimenti in hardware e data center”. È l’analisi di Carlo Alberto Carnevale Maffè, economista e docente di strategia aziendale dell’università Bocconi e della Sda Bocconi school of management, sentito da Public Policy sul tema.
“È un fenomeno pericoloso – sostiene Maffè – perché evidenzia un livello di concentrazione particolarmente elevata su un settore molto specifico, con ancora incertezze colossali sulla sua effettiva capacità di tradursi in produttività. Infatti, quasi due terzi della crescita sono dovuti, di fatto, a investimenti di 4-5 aziende – Amazon, Google, Meta, Microsoft, Oracle – e in buona parte a debito”.
“Vi è poi il fatto che queste operazioni sono svolte a leva finanziaria, con dati molto preoccupanti in merito” – aggiunge l’economista. “Abbiamo dunque tre componenti: la forte concentrazione, il rischio finanziario e la produttività di questi asset ancora tutta da dimostrare”.
“Non è detto – spiega Maffè – che l’IA consentirà veramente all’America quel riequilibrio delle componenti settoriali dell’economia che la stessa amministrazione Trump vorrebbe perseguire e che invece non sta avvenendo, perché la manifattura statunitense, in realtà, ha perso ulteriori decine di migliaia di posti di lavoro nel 2025. Negli anni ’50, infatti, il 33% degli americani lavorava nella manifattura; oggi siamo all’8-8,5%: è una caduta verticale.
“Trump, insomma, non la sta raccontando giusta. Anzi, il report dei suoi collaboratori ha evidenziato ingenuamente la fragilità di questo modello di crescita. Infatti, se scomponiamo gli indici di borsa americani e togliamo una sola azienda, che è Nvidia, nel 2025 il resto di tutte le aziende americane – le rimanenti 499 dell’indice azionario S&P 500 – sottoperforma rispetto all’Europa. Se togliamo le “magnifiche sette” – Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Nvidia e Tesla – l’indice sottoperforma anche rispetto al Giappone”.
“Il mercato questa cosa l’ha capita” – aggiunge il docente. “Abbiamo un mercato iper-drogato, in cui le prime 10 aziende fanno veramente il 75% della crescita di capitalizzazione. Anche in questo caso, analizzando i dati, emerge che il livello di concentrazione della capitalizzazione di borsa non è mai stato così alto dal 1929 – data non esattamente fausta nel quadro della storia economica mondiale. Non si tratta di fare paragoni storici che hanno poco senso, ma di tenere conto di segnali – eccessiva concentrazione della capitalizzazione, investimenti a debito, ‘all the eggs in a single basket’, dubbia capacità di tradurre la potenza di calcolo in processi produttivi ad alta efficienza – che restituiscono l’immagine di un’economia americana un po’ gonfiata”.
Sul tema della corsa ai data center, inoltre, Maffè sottolinea che, tra i prerequisiti per il loro funzionamento, “non vi sono solo condizioni elettriche ed elettroniche, ma anche giuridiche. Trump, infatti, dimentica che l’impero americano si fonda in buona parte anche sul funzionamento della rule of law, sullo stato di diritto. Per 250 anni, l’America è stata la terra in cui si rispettano i contratti, dove il loro enforcement funziona. Nel momento in cui un presidente afferma che la forza conta ben più dei contratti, dimezza e, di fatto, decapita il soft power americano, che era fatto di luoghi dove i contratti si rispettano”.
“In quest’ottica, il primo contratto che l’America ha stipulato con il mondo è il dollaro” – sostiene l’economista. “Rimuovere la base giuridica del dollaro – e quindi del debito americano, che equivale 38mila miliardi di dollari – significa segare il ramo finanziario su cui poggiano non solo l’economia e la società americana con i suoi consumi, ma anche un bel pezzo del resto del mondo. È un ragionamento da considerare, per comprendere la catena del rischio. È tutto da verificare, certo, ma i segnali del 2025 sono stati chiarissimi: il dollaro si è indebolito, i tassi a lungo sono cresciuti, c’è una progressiva uscita dal debito americano da parte di grandi attori internazionali e Stati sovrani. La Cina ha cominciato molto prima, ma ora si sono aggiunti i danesi, insieme ad altri fondi che stanno portando avanti le operazioni silenziosamente, perché dichiararlo pubblicamente significherebbe provocare un rialzo dei prezzi”.
“L’IA rimane certamente la più grande rivoluzione tecnologica dei prossimi anni” – chiarisce Maffè. “Il fatto è che l’America non è l’IA, ma solo un pezzo della tecnologia. Ci sono altre interpretazioni dell’IA, come il modello cinese che, con tutti i suoi limiti, è comunque e paradossalmente open source. Siamo, insomma, al paradosso per cui il capitalismo americano fa i modelli chiusi e il comunismo cinese sviluppa quelli aperti. In questo senso, DeepSeek ha dimostrato che i modelli di IA non rappresentano un vantaggio competitivo non replicabile”.
Anche in tema di data center – sostiene l’economista – “siamo tutti un po’ interdipendenti. Nei chip, ad esempio, gli Stati Uniti dipendono da Taiwan, che a sua volta dipende dalle nostre macchine: quelle olandesi per la litografia dei semiconduttori. Anche questo caso dimostra che il sovranismo non funziona”.
“I data center, quindi, possiamo costruirli anche noi in Europa” – aggiunge. “I cinesi, per giunta, hanno dimostrato che nei foundation model di IA si possono quantomeno raggiungere capacità pari. La gara a portare l’intelligenza artificiale in fabbrica la stanno vincendo i cinesi, non gli americani. L’installazione di robot e di meccanismi la stanno vincendo i cinesi, perché gli Stati Uniti non hanno fabbriche. Nella Silicon valley, ad esempio, non c’è alcun processo manifatturiero competitivo. In questo senso, il tema è comprendere se questa grande pulsione dell’economia americana stia camminando su gambe non proprio d’acciaio”.
“In definitiva – conclude Maffè – il modello di sviluppo che stanno seguendo gli Stati Uniti è estremamente rischioso. Oggi, un player avverso al rischio vende i titoli americani, o quantomeno resta corto e si allunga sull’Europa, perché il nostro continente potrebbe raccogliere il secondo ciclo dell’IA, quello fuori dall’hype del momento, e fare ‘leapfrogging’ come ha già dimostrato la Cina”. (Public Policy Bytes) DVZ




