di Daniele Venanzi
ROMA (Public Policy Bytes) – Anthropic è l’azienda tech di cui si è più discusso negli ultimi mesi. Ben prima dello scontro frontale con la Casa Bianca, la startup di Dario Amodei ha scandito e orientato il dibattito sul settore, a volte per il lancio di un prodotto che ha provocato scossoni in borsa, in altre per la pubblicazione di report dalle posizioni in precario – e furbo – equilibrio tra una postura doomer e una visione più rassicurante dell’impatto dell’IA su economia, lavoro e società.
Dal conflitto dell’azienda con il Pentagono, culminato nella rescissione del contratto di fornitura e nella designazione di soggetto che comporta rischi per la supply chain del Paese, emerge un approccio dell’amministrazione Trump mai rilevato prima nel Governo degli Stati Uniti. “La vittima, in questo conflitto, è la rule of law: l’America sta perdendo il ruolo di garante delle regole del gioco”. È il commento di Carlo Alberto Carnevale Maffè, economista e docente di strategia aziendale dell’università Bocconi e della Sda Bocconi school of management, sentito da Public Policy BYTES.
“Il Dipartimento della Difesa non rispetta la natura dei contratti nei confronti delle imprese” – sostiene Maffè. “Un’azienda ha il diritto legale di non concedere i propri software in licenza per un uso diverso da quello stabilito dalle sue regole. Quindi, metterla sotto ricatto imponendo condizioni diverse non è accettabile. Il problema non è se sia legale o meno: il problema è se l’acquirente, anche se è lo Stato, abbia il diritto di imporre al fornitore condizioni che quest’ultimo non accetta. Questa cosa si fa in Cina e nei paesi autoritari, non in una democrazia liberale, a meno che il fornitore non sia monopolista, ma in questo caso è l’antitrust a stabilire dei vincoli, non il dipartimento della Difesa”.
“C’è stata una violazione delle norme del diritto commerciale e delle norme antitrust – ribadisce l’economista – perché non hanno rispettato i contratti. Se lo Stato ritiene che il software sia centrale per la difesa, deve nazionalizzare Anthropic, ossia applicare l’equivalente del nostro golden power: si decide, quindi, che un asset è importante e se ne compra l’equity, ma non si comprano i suoi prodotti alle condizioni imposte”.
“La vittima di tutto questo conflitto è la rule of law” – sottolinea. “Il tema vero è che l’America sta perdendo il ruolo di garante delle regole del gioco. Il capitalismo finanziario ha sempre guardato agli Stati Uniti come al luogo in cui gli investimenti sono protetti e i contratti rispettati: ‘pacta sunt servanda’, insomma. Questa controversia ha dimostrato che l’amministrazione americana se ne infischia delle regole del diritto commerciale. È molto grave, perché alcune imprese potrebbero pensare di non investire più negli Stati Uniti, neanche nell’IA, se sono soggette a condizioni che possiamo definire arbitrarie e distorsive da parte del Governo”.
Vi è poi il piano commerciale, sul quale “Anthropic sta di fatto abbattendo le barriere all’ingresso e sconvolgendo i meccanismi di costo del settore” – aggiunge Maffè – grazie al lancio di strumenti, integrati nelle sue soluzioni di IA per le imprese, che costituiscono dei veri “asset di conoscenza verticali per settori come quelli legale, finanziario e delle analisi di mercato”. Con il tool di Claude dedicato all’analisi dati – ricorda l’economista – “le azioni delle aziende del settore sono crollate, dando vita a una nuova ‘SaaSpocalypse’, perché il mercato finanziario ha interpretato il lancio di queste tecnologie come un’erosione dei margini delle aziende che vivevano della rendita del proprio software”. Oggi, al contrario, “grazie ad Anthropic, il costo delle licenze e il numero degli utenti necessari vengono ridotti, erodendo di fatto i margini e il fatturato di giganti come Salesforce, Sap o Oracle”.
“Questo fenomeno – spiega Maffè – è ben illustrato nell’ultimo paper della startup, in cui gli analisti di Anthropic confrontano l’impatto potenziale con quello reale dell’IA sul mercato del lavoro. L’impatto potenziale sui task lavorativi è stimato al 90%, ma quello reale oggi è fermo al 20-30%, perché non sono ancora stati ripensati i processi organizzativi. A differenza dell’azienda di Amodei, OpenAI con ChatGPT e Google con Gemini hanno finora tenuto un approccio improntato all’uso individuale dell’IA, in cui ciascuno la usa a suo modo come un tool personale. In questo modo, però, gli effetti sulla produttività sono limitati, perché risparmia tempo l’individuo, singolarmente, ma non migliora la catena del valore complessiva dell’azienda. Anthropic, al contrario, sta portando avanti una strategia opposta: rivolgendosi al mercato corporate, suggerisce di non limitare l’uso dell’IA all’utenza individuale, ma di estenderne l’adozione come una piattaforma organizzativa sulla quale ricostruire i processi delle organizzazioni. Più che fare un dibattito filosofico o sindacale su quanti posti di lavoro verranno ‘rubati’, Anthropic suggerisce quindi alle imprese di mettere in discussione il modo di lavorare, ripensando i task all’interno del workflow complessivo”.
“Gli effetti che vediamo statisticamente – più che sui licenziamenti diretti, che sono dovuti a vari e altri fattori – si riflettono nella riduzione dei nuovi posti di lavoro creati, e questo dato è fortemente asimmetrico” – prosegue l’economista. “L’IA non genera licenziamenti diretti, ma minori occasioni e offerte di lavoro, soprattutto per i giovani. Ormai, il lavoro base dei profili junior lo svolge benissimo un agente di IA. In questo momento, a essere sostituiti non sono i profili senior, i quali al contrario hanno un surplus di lavoro perché devono fare la validazione dei dati e controllare che gli agenti di IA non commettano errori. L’IA quindi spiazza i posti di lavoro che si sarebbero creati se le aziende non avessero cambiato l’organizzazione”.
“L’effetto diretto – aggiunge – è che c’è bisogno di meno manovalanza digitale di base. Tuttavia, questi agenti necessitano di un’attenta validazione dei risultati, e questa attività assorbe molto tempo. Ecco perché assistiamo a un aumento della retention delle figure senior: il loro know-how e la loro esperienza non sono sostituibili da un Llm. I professionisti di lungo corso possiedono quell’esperienza tacita che permette loro di riconoscere immediatamente le superficialità e le allucinazioni del modello. Quindi abbiamo un aumento del fabbisogno di personale senior, mentre le mansioni junior vengono automatizzate”.
Sulla possibilità per le aziende di software di sopravvivere alla nuova SaaSpocalypse sviluppando i propri agenti IA e integrandoli nei sistemi tradizionalmente offerti, Maffè si dice ottimista, “ma ci vorrà qualche anno per vederne i risultati” – avverte. “I mercati ragionano sui flussi di cassa dei prossimi 5 anni e queste aziende si reggono su quella specifica valutazione finanziaria. Il tema non è che le aziende SaaS scompaiono, ma che subiscano un’erosione basata sia sulla riduzione del numero di licenze necessarie, sia sul prezzo stesso della licenza, spinto al ribasso dalle nuove alternative IA. Prezzi più bassi e volumi ridotti significano meno flussi di cassa operativi netti in futuro, ed è a questo segnale finanziario che i mercati reagiscono”.
“Nel momento in cui si verifica uno shock tecnologico, la visibilità futura si accorcia. Di conseguenza, i mercati riportano i prezzi delle azioni a valutazioni più prudenti. Non penso che questo uccida le aziende SaaS, ma sicuramente le costringe a cambiare. Qualche azienda salterà, ma non è semplice sostituire dall’oggi al domani 40 anni di installazioni software standardizzate. Ci sono questioni di interoperabilità e affidabilità, motivo per cui non sono pessimista quanto altri. Tuttavia – conclude – i mercati hanno reagito facendo dei calcoli finanziari assolutamente fondati”. (Public Policy Bytes)
@danielevenanzi
(foto cc White House)





